Review

Recensioni

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Ces71yIXM8JOFLare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che...(il melangolo, 2018)

LA POESIA E' VERAMENTE FINITA?

di Giuliano Ladolfi


Mi capita molto, molto raramente di “divorare” un libro interessante, perché preferisco la “lentezza” della lettura che mi spinge a meditare e a rimeditare su quanto sto apprendendo. Invece non sono riuscito a trattenermi di fronte alla pubblicazione di Cesare Viviani La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (Genova, il melangolo, 2018). In primo luogo mi ha catturato l’argomento che prende in considerazione la situazione attuale della scrittura in versi, in secondo luogo, forse il primo per importanza, per la stima nei confronti dei testi pubblicati dall’autore, in terzo luogo per una serie di motivi più personali: per mettere in crisi le mie convinzioni, per ampliare gli orizzonti mentali sull’argomento e per dialogare con chi da più di quarant’anni sta praticando quest’arte.
Il risultato della lettura è stato entusiasmante: sono stato subissato da una valanga di concetti, di problemi, di suggerimenti, di esperienze, di consigli, di spunti di riflessione. Non ci troviamo, infatti, di fronte a un trattato di estetica o di poetica, ma a uno zibaldone di appunti di contenuto assai diverso, che spaziano dalla natura della poesia alla situazione odierna della poesia, alle mode attuali, al mutamento di situazione rispetto alla seconda parte del Novecento, alla condizione del poeta, al rapporto della poesia con la contemporanea società “emporiocentrica”, con il lettore, con la vita, all’indiscriminata proliferazione delle pubblicazioni su internet, al dilettantismo, alla mancanza di autentica critica letteraria ecc...
A parere di Viviani, di fronte all’impossibilità di una definizione della parola poetica non resta che prendere consapevolezza della condizione di limite: «La parola della poesia non ha la finalità di comunicare contenuti e valori, o di coinvolgere emotivamente i lettori. La parola della poesia ha un valore in sé, in quanto autonomia irriducibile: ha il valore straordinario di essere percezione del limite», «Il fondamento della poesia è il vuoto, l’assenza, il nulla». Sono consapevole che citare la singola riflessione si corre il rischio di perdere di vista il senso generale, perché i temi sono posti e ripresi più volte.
Parte considerevole viene attribuita al silenzio (e qui si coglie l’esperienza del terapeuta che conferisce maggiore importanza al silenzio rispetto alla parola), alla lettura dei poeti, alla dignità dello scrittore, alla critica, alla commistione tra poesia e interessi personali. Il testo è sostanziato da una forte tempra morale che conferisce autorevolezza e a dignità.
Personalmente non concordo con alcuni posizioni e trovo eccessivamente astratti i concetti fondanti come quelli di poesia come “consapevolezza del limite” e non perché non sia corretto, ma perché generico, in quanto applicabile a ogni situazione umana, dalla vita, all’apprendimento, dall’educazione all’attività ecc., generando in questo modo una specie di sovrapposizione identitaria con la condizione esistenziale umana.
Fondamentale, invece, è l’appello all’umiltà, allo studio, alla preparazione: «bisogna leggere tanta poesia, finché entri nel sangue»; «bisogna leggere tanta poesia perché entri nel cuore». Ecco l’appello più pressante che Viviani rivolge ai giovani, i quali troppo spesso si ritengono paghi di quanto “visionato” su internet o su qualche antologia. Per tale motivo la seconda parte, A meno che..., può essere considerata anche come invito-manifesto per la formazione di una nuova generazione di autentici poeti, che dalla lettura trarrebbero certamente sostanziale giovamento in tutti i sensi.
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www.mondadoristore.it
Nicola Vitale, Chilometri da casa (Mondadori, 2017)

Partire, arrivare, tornare.
Lettura di Eleonora Rimolo


L’indagine che Nicola Vitale compie in Chilometri da casa (Mondadori, 2017) si proietta in direzioni diverse, plurali, spesso opposte – e pertanto affascinanti: quanti sono i chilometri che ci separano da ciò che chiamiamo casa? Per quale motivo ce ne siamo allontanati? Abbiamo la possibilità di scegliere se e quando tornarvi? Una cosa sola è certa, e cioè che la strada che conduce il lettore verso questa misteriosa dimora è lastricata da versi potenti, evocativi, ma nello stesso tempo lineari, acuti, diretti. Chi si mette in cammino è l’uomo, un Sé che Vitale avverte come un peso (“Cosa costringe un ragazzo/a questo essere così poco,/obbligato a un lavoro immane/per sopportare se stesso?”) e che riconosce come solitudine assoluta (“poi scopri che nessuno ascolta”): è il paradigma del flâneur contemporaneo, perennemente perduto dietro ad una meta che non esiste e che egli stesso non riconosce, perché cresciuto all’addiaccio. Non c’è speranza di salvezza (“Aspettarsi di tutto lascia libero il campo/dalle pretese di salvezza”): è il “perduto – polveroso prato” eliottiano che qui viene esplorato con gli occhi di chi non riesce a guardare né a guardarsi, privo di ogni coordinata sul presente, sul futuro ed anche sul passato. Un’atmosfera di immobilità cocente percorre i testi, densi di immagini pittoriche e musicali che però non profetizzano, non curano, perché “la bellezza non ci rasserena/ma ci riporta a un unico scopo/quando non credevamo/di dover scegliere tra questo e quello”. E nel limbo di chi non è riuscito a superare il bivio ma è rimasto sulla soglia c’è spazio solo per una multiforme nostalgia (“la parola nostalgia/sostantivo femminile/con illimitate possibilità di essere altro”) che, alla maniera della saudade pessoana e più in generale portoghese, attanaglia lo spirito e il passo del viaggiatore smarrito e desideroso di tornare alla propria casa. Non è un Ulisse moderno ma un Re Sebastiano che non raggiungerà mai più né la tomba né la reggia: in qualunque modo si parta, d’altronde, per Vitale non è per forza un bene mettersi in viaggio (“non sempre partire produce un beneficio/conduce ad una meta”). Che fare, dunque, quando ci si accorge di aver smarrito il sentiero maestro, quando le stanze accoglienti di una vita qualsiasi – che però è la nostra e di nessun altro – ci appaiono lontane centinaia di chilometri da noi? Come risolvere dentro noi stessi quella sensazione di panico, quel pentimento per non essere rimasti quando ce n’era bisogno? Tutto appare in ritardo: aver rimandato le scelte non ha fermato il tempo, non ha convinto l’amore a rimanerci accanto (“io capovolto e speculare/in preda a una natura insidiosa vorrei /i punti /poi faccio progetti di vecchiaia./Non ne veniamo a capo [...]”), eppure il poeta non ha in questa sede risposte sufficienti né credibili a tali interrogativi; i suoi testi denunciano soltanto “le faccende del mondo che rotolano”, gli “scivoloni nel buio”, portano la testimonianza asettica di tutte le “occasioni mancate” e dei “pentimenti affrettati”. Sono, dunque, questi brandelli di esistenza, questi banali gesti del vivere, queste miserie quotidiane ad accadere, a riempire gli intervalli tra una sosta e l’altra, mentre procediamo calpestando la terra in preda all’ansia del traguardo, tentando di calcolare la distanza che ci separa dal rifugio prediletto, il quale non sempre corrisponde ad un luogo fisico raggiungibile ma che da sempre alberga nell’animo di ogni viaggiatore. “Non impariamo da segni efficaci di fragilità” ad imboccare il sentiero giusto, ma – direbbe Celan in Lode della distanza – “ci separiamo avvinti” e in tal maniera spendiamo il tempo senza avere “più la pretesa di parlare tante lingue, di essere pronti per il mondo” accorgendoci, forse, che la sola grande casa è quella che abitiamo tutti nello stesso momento, anche se divisi da chilometri impercorribili, da muraglie altissime. Alla poesia è dato il compito di coprire gli spazi larghi, di perforare la pietra, di trovare infine ristoro – e arrivo – nel punto esatto da cui siamo partiti con il desiderio di evadere: “Mi affaccio: - in vista è la vita al bar dell’angolo”, e chiarissime in tal modo appaiono tutte le cose, anche le ombre più nere, che altro non sono che un gioco maldestro della luce.
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PIZZOLITTOLUCA PIZZOLITTO, DOVE NON SONO MAI STATO (CAMPANOTTO EDITORE, 2018) 



Lettura di Clery Celeste

 

Dove non sono mai stato di Luca Pizzolitto, Campanotto editore 2018, è un libro compatto e maturo dal punto di vista stilistico e del contenuto. La lettura dei testi attraverso le diverse sezioni è scorrevole grazie a questa coesione generale del verso e del ritmo. Le poesie si inseriscono una dopo l’altra in quello che sembra un dialogo continuo tra un sé e un tu, in una oscillazione tra un interno riflessivo e un esterno in cui trovano compimento nei gesti le parole e le domande dell’autore. Il ritmo dei testi è ben riconoscibile e rende la voce dell’autore unica e con un timbro vocalico ben preciso, senza salti di tono o insicurezze. In ogni testo c’è sempre un nucleo, un verso, una parola che è il centro e da cui il resto si apre e si allarga la visuale. Questa fluttuazione tra una poesia intimista e una poesia descrittiva permette al lettore di sentirsi parte integrante del libro, dove le domande, la ricerca del percorso giusto da seguire, i dubbi e le certezze prendono vita e entrano nella testa del lettore. Diventano quindi i dubbi e le domande di tutti.

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34211559 1921348894550143 1659813789693902848 nAPPUNTI SU PIETRA LAVICA (Aragno, 2016)

di Alfonso Guida

Iannone parla di un uccello che salva tutti col suo canto. Il canto è un mantello che getta i compagni sotto una campana. Iannone dice che questo uccello si chiama ziz. Paul Celan cita in una sua poesia la parola Ziv, che nella simbologia del mondo ebraico è la sillaba stretta di una luce eterna e minuscola in fondo al buio, alla morte.
La visionarietà, diceva la Rosselli, è la Visione della realtà portata a compimento. Iannone esercita un potere educativo su sé stesso, un potere della mente e del suo limite, che deve far guardia su forze naturali brutali. Da qui l'espressionismo linguistico, il linguaggio pastoso come una lana di montagna e desideroso di leggerezza come la sapienza che insegue nei punti in cui il fraseggio si fa gnomico e i versi si spezzano. Le chiuse di Iannone sono riesumazioni di guerre profonde che avvengono lungo tutto il testo. Il linguaggio si accentra nei pronomi. C'è l'io dirompente di Testori che aspira forse ad essere l'io un po' in disparte di Ted Hughes. Iannone citando questi nomi e poi Rosselli e Rebora non fa che mostrare il suo tentativo. Iannone scrivendo tenta la via dell'intero, della completezza. Non è un poeta dei cieli. È un poeta che si aggira, tenero e insospettito, sulla terra. Sembra cerchi un calore, il nido pascoliano o l'oggetto del calore insieme al suo soggetto, parafrasando Kokoshka.
La morte e la solitudine, immense, hanno corrispettivi agresti, agricoli : cavolfiori, piantagioni in crescita, fiori a rievocare un infanzia creduta paurosamente sospesa. In questi versi, la mistica ha le sue appariscenti vesti. Edith Stein, Teresa D'Avila. E tutto, ancora, riporta alla vexata quaestio del corpo, della materia. Rappresentazione di sangue e pane, questa poesia che non dimentica il mare delle origini. E il mare, a tratti, si fa custode di una pace prenatale, come in quel verso dove una vita nasce da un grembiule. Il poeta abbisogna di una memoria. Ma quella di Iannone non è minerale né roccia. È memoria di acquario. È conservazione di sé nelle parti meno oscure del Tirreno, l'oscuro dei vortici evidenziati da un blu più profondo sulle cartine geografiche. I moli, le anguille, l'indistinto della distesa d'acqua è il controcampo di altre immagini più feroci perché più terrestri. Una poesia della terribilità che intravede un possibile arresto dell'incubo, una sedia in mezzo al labirinto.
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32777611 10211797905847015 3115293823085838336 nFUOCO.TERRA.ARIA.ACQUA
Itinerario poetico negli elementi primigeni

Poesia Portale Sud, un progetto in divenire
(Lettura di Vanina Zaccaria)

Fuoco. Terra. Aria. Acqua. (Terra d’ulivi edizioni, 2017), a cura di Edoardo Sant’Elia, si presenta come proposta a più voci inserita nella specifica cornice progettuale di Poesia Portale Sud, spazio e manifesto di una poetica che origina nel Meridione. É indispensabile indicare immediatamente quanto il Meridione, in questa cornice, non voglia rappresentare una categoria concettuale pregna delle nostre polemiche storico-culturali oppure una forma di appartenenza che necessariamente genera un dettato univoco, ma si assume come geografia spirituale e fisica dove emergono voci diversissime che vanno rintracciate e chiamate alla storia. Un tracciato della poesia contemporanea nell’Italia meridionale, dunque, che non rinuncia a riferirsi esplicitamente al luogo dove essa emerge, nella sua valenza di codice antropologico e punto cardinale, ma senza inutili trionfalismi né patetici vittimismi, come chiarisce lo stesso Sant’Elia. Fuoco. Terra. Aria. Acqua. - come prima esperienza di questo progetto - ci introduce ai temi e ai talenti poetici di Giuseppina De Rienzo, Valerio Grutt, Rossella Tempesta e dello stesso Sant’Elia, impegnati in un canto corale che non smarrisce mai l’irriducibile visione personale, il dettaglio, l’esperienza singolare; perché, con riferimento al Meridione, se ogni uomo appartiene alla storia della terra che lo contiene, anche quando non narra apertamente di quella storia, la lingua che usa ne partecipa delle forme e delle sostanze essenziali. Fuoco. Terra. Aria. Acqua. è però opera complessa, anche a fronte di un dettato poetico decifrabile e godibile. Occorre, dunque, prima di concedersi ai versi, analizzare il portato generale della proposta poetica.
Poesia e filosofia, l’esito del linguaggio nella postmodernità
Edoardo Sant’Elia, se nella postfazione “Poesia Portale Sud”, ci offre un rassicurante approdo chiarendo gli intenti dell’iniziativa - progetto ben definito anche se per sua natura aperto e trasformabile - nella prefazione, invece, ci annuncia un’intenzione che diviene immediatamente problema e la cui trattazione apre a un dibattito enormemente espandibile e che qui si proverà a sintetizzare. L’intenzione, dunque, è quella di ricondurre poesia e filosofia al loro dialogo originario e la domanda che apre e chiude la prefazione - Chi l’ha detto che dalla filosofia non può germogliare la poesia? – ci avvia direttamente al cuore di entrambi i canoni delle due roccaforti della produzione occidentale. É questione di canoni – ovvero di supposti moduli interni a cui attenersi – perché ciò che Platone ha pensato di separare inaugurando la tradizione filosofica occidentale, si vuole invece qui ripensare come unità, dove il qui ha un valore storico e contingente assoluto. Fuoco, terra, aria e acqua sono difatti gli elementi empedoclei generatori del mondo e delle sue cose e in Empledocle si ricerca quella unità di poesia e filosofia che diviene parte fondante del manifesto e delle intenzioni di Poesia Portale Sud. La possibile unità di poesia e filosofia solleva discussioni tutt’altro che pacifiche e non è l’aspetto formale a essere il centro della trattazione, quanto, piuttosto, la validità e la significazione dei prodotti che tale unità genera e potrà generare. Poesia filosofica o filosofia poetica sono traguardi abbastanza raggiungibili se non già raggiunti, ma se approfondiamo la materia, sorge un problema di sostanza che va costantemente osservato: come sposare le due visioni-linguaggio senza essere riduzionisti? Ovvero senza compiere un’operazione che sottrae alla poesia l’azione sentimentale e alla filosofia l’azione speculativa? Sant’Elia sembra evitare il pericolo in maniera estremamente brillante nel momento in cui accenna a un postmodenismo capace di generare un sano cannibalismo del linguaggio che metta in comunicazione opposti universi, umanistico e scientifico, saggistico e creativo, di parole e immagini (...). Sant’Elia guarda dunque al postmoderno come possibilità storica di apertura e comunicazione multidisciplinare e dialettica. La proposta è affascinante e sembra gestire con arguzia l’abbondanza di codici e segni propria della nostra epoca: fluidità e porosità garantiscono alla pluralità dei discorsi di emergere e Sant’Elia invita a servirsi di ogni spunto in grado di rappresentare e rilanciare con i mezzi dello strumento poetico la complessità inesausta del reale. Ed è proprio tale complessità che si presta ad essere oggetto finale del dialogo – adesso fondamentale – tra poeta e pensatore. Sant’Elia coglie l’apertura di un’epoca in cui tutto è recuperabile e tutto è esposto, contemporaneamente, a processi velocissimi di secolarizzazione; ogni canone dunque può rifondare se stesso, il linguaggio, ci dice ancora Sant’Elia, non va considerato come un feticcio da idolatrare ma piuttosto come veicolo espressivo plasmato secondo necessità, restituendogli, in tal modo, la sua qualità fondamentale di strumento primario dell’esserci storico.
De Rienzo, Grutt, Sant’Elia e Tempesta, le voci che non si spengono
Indagata la complessa, vasta e ricca cornice che perimetra con intelligenza quest’ opera corale, emergono con ancor maggiore forza i testi offerti ed è interessante osservare come svelino da subito una matrice comune di Magna Grecia – pur nella evidente diversità dei registri stilistici -, che sembra portare l’intera vicenda narrativa alla radice delle nostre origini, anche quando il segno linguistico è modernissimo e spiazzante.
Esordisce, difatti, la De Rienzo con l’elemento del Fuoco e il suo verso già s’annuncia prometeico, contenendo quella potenza delle forze originarie, il mondo oscuro e aurorale dei titani, che precedono le più rassicuranti divinità olimpiche. La lingua bruciante della De Rienzo è portatrice di fuco e di tempeste, come quell’ultimo figlio di Gaia prodigiosa, il mostro Tifeo, prima personificazione delle forze vulcaniche e dei venti infuocati, che Zeus infine scaglia nel Tartaro tremendo. La De Rienzo cede ai ruggiti inquieti del dio vulcanico e tutto scoperchia con la sua parola ardente, nella quale materia, uomo, natura e storia sembrano trovare le loro remote scaturigini.
Magma \ i visceri \ lapilli \ i pensieri \ cenere \ il cuore
Con uguale temperamento – seppur in una luce calma e distesa da creazione – si dedica Rossella Tempesta all’elemento Terra. Non stupisce affatto la scelta della Tempesta di usufruire della forma degli haiku per narrare un elemento così essenziale, se in questa scelta cogliamo il bisogno di raccogliere e aderire alle forme elementari dell’esserci e del creato, attraverso una parola breve e circoscritta, sebbene sentimentalmente ricchissima e carica di una dolcezza oracolare. La parola Terra misura in ciascuno dei 21 haiku la sua potenza originaria e torna ad essere, con riferimento esiodeo, quella Gaia dall’ampio petto, primo fiato divino che mette capo al mondo. Le parole della Tempesta assomigliano, difatti, a una magnifica e leggera preghiera che con pudore annuncia e pronuncia la possente casa dell’uomo.
Sei la mia terra. \ Nel tuo puro ascendente \ sono allunata.
L’elemento dell’Aria è narrato da Edoardo Sant’Elia con un’architettura poematica che sembra contenere e trasmettere la forza evocativa delle narrazioni mitiche cantate dagli aedi. L’oralità è stato tratto fondamentale della produzione greca e assolveva la funzione straordinaria di collante della identità collettiva; come ci ricorda Umberto Eco, l’Iliade e l’Odissea erano “libri sacri dei Greci, la loro enciclopedia tribale”. Del resto cos’è un cantore se non colui che raccoglie le tradizioni di un popolo e gliele restituisce in versi? Sant’Elia moderno cantore mette in scena la sua mitografia e non sono più eroi e dei a muoversi tra gli uomini ma tre spiriti dell’aria che portano nel nome le suggestioni di Partenope: Lello, Aniello e Farfariello, spiriti irrequieti e attenti che seguono, in uno stabilimento balneare, le vicende quasi amorose di due giovani, intervenendo segretamente nelle loro piccole sorti. Del resto Sant’Elia è fine conoscitore delle tradizioni popolari e ha dedicato studio e ricerca alle figure di Basile, confermandosi erede ed artefice delle rincorse del mito e della storia.
Siamo gli spiriti del Mezzogiorno, \ soffia nel cavo delle mani \ se credi nel nostro ritorno. \ Se hai seguito la storia per intero, \ se non hai separato il falso e il vero, \ se tutto hai rivissuto sul più bello, \ ricorda con favore i nostri nomi: \ Lello, Aniello e Farfariello!
Chiude l’opera Valerio Grutt con l’elemento dell’Acqua. Più che di una chiusura, si tratta di un’irruzione; la parola di Grutt arriva modernissima e struggente, richiede con fermezza al mondo una quota d’amore e di bellezza e non c’è reticenza in questa richiesta ma audacia e sfacciato riposizionamento delle cose felici al primo posto. In 17 liriche mai viziate da retorica, l’acqua sembra pulire e rimediare al malanno umano e a fronte di un mesto vivere si impone la visione, o meglio le visioni personalissime dell’autore, dove la bellezza si sublima nella malinconia senza mai perdere l’originaria passione. Grutt si fa corpo liquido e scorre tra le cose della sua terra e della sua memoria; e le cose, convertite in segni, riconoscenti prendono a scorrere in lui.
Il mare mi scorre nelle vene \ e tutte le persone, gli uccelli, \ persino i motorini, l’asfalto, \ gli alberi \ gli interruttori, \ sono dentro di me.
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51FFVkl0FpL. SX290 BO1204203200 Lina Sanniti, Madre di parole (deComporre 2017).

Lettura di Eleonora Rimolo

Madre di parole è un libro scritto con dolcezza e che parla di dolcezza, nell’accezione più amplia del termine. L’autrice riesce a delineare con una delicatezza disarmante le questioni più spinose del vivere, attraversando strade che “hanno passi di sangue” con “il garbo della ragazza semplice”. Le tenerezze dell’infanzia oramai lontano ci restituiscono immagini pungenti di padri, madri, famiglie aggrappate alla propria sopravvivenza di povertà con tutto il loro genuino desiderio di vita (“a noi numerose famiglie pietose”). La descrizione dei luoghi è precisa, circoscritta agli oggetti-simbolo di una quotidianità alienante ma in cui ci si rifugia sempre, per scelta o per necessità (“Le ore del mattino sono oro da lucidare”): in queste atmosfere soffuse, che non feriscono né scuotono mai con violenza il lettore, bensì lo tengono per mano lungo un percorso di velata malinconia, trascorrono gli anni e Lina Sanniti si ritrova ad osservare la dimensione della giovinezza dal lato opposto, quello della maturità, con uno sguardo disilluso ma sempre onesto (“I ragazzi di qui / si credono leoni [...] e si perdono nella bocca del giorno”). In una Napoli che “ancora si arrende al mistero” cose e persone si confondono e creano un disordine di fondo da cui l’animo del poeta sente di voler fuggire, per ritrovarsi nelle sue intime “parentesi affettive”, in cui gli incontri, gli addii, le separazioni, non sono che momenti passeggeri di un percorso di senso che non si realizza mai del tutto ma di cui riusciamo ad intravederne i confini. Gli amori passano, le certezze si sgretolano dentro un’inquietudine che forse “non avrà una sosta”, e nel cuore di chi vive immerso dentro una solitudine senza via d’uscita calano il silenzio e l’indifferenza: “sono terra di nessuno / da sempre arida e senza sete”. L’ultima sezione del libro, che appunto si intitola anch’essa “Madre di parole”, scandaglia le conseguenze emotive di tale inaridimento, dichiarando che “non sono madre di niente se non di parole”: l’idea della maternità mancata, quasi sottratta da un destino casuale, cerca disperatamente una compensazione nella parola, nella potenza comunicativa del verso, che è la modalità con cui - in definitiva - Lina Sanniti ama e si lascia amare. Resta intatta, dal principio alla fine del libro, la richiesta di un asilo, il desidero di un punto fermo attorno a cui ruotare e per cui fermarsi (“Volevo affidare quel poco di me / al primo campanile solitario / o all’ultima bocca non ancora cucita”), la gioia delle piccole cose, e la promessa di continuare, sempre e nonostante tutto, a fissare “un punto all’orizzonte” per coltivare la speranza in un mondo che, sebbene temporaneamente, ci appartiene e ci tiene ben oltre la nostra volontà (“Se il Tempo è mio, il mondo è mio”) disegnando trame a noi sconosciute ma proprio per questo meritevoli di essere districate attraverso il balsamo della poesia.
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CARRACCHIA PROVA DEL NOVEGiuseppe Carracchia, Prova del nove, Ladolfi Editore 2015. 

La poesia, una “gemma nell’irrisolto”
Lettura di Gabriella Mongardi

 

Lo confesso: Prova del nove mi ha conquistata fin dalle prime pagine, perché vi ho trovato le parole che più amo, parole “scientifiche” e “alpinistiche”: la mia non sarà quindi una recensione fredda e distaccata, ma una lettura che andrà a caccia di gemme, cioè di parole preziose in sé o rese tali dal collegamento con le altre, da quelle callidae iuncturae che – Orazio insegna – creano metafore folgoranti.
E qui – ripeto – tali gemme abbondano fin dalla poesia di apertura, in cui è istintivo vedere in quei “matematici furiosi o botanici” le controfigure dei poeti, che vivono in situazioni di marginalità (“le periferie del gelo russo”, “letteralmente morti di fame di stenti”), ma riescono a volte a dettare, con uno strumento di comunicazione obsoleto come la “cornetta a gettoni” le loro soluzioni a “problemi / che i più non immaginano / ma vivono giorno dopo giorno”. Come quelle cornette, la poesia è uno strumento di comunicazione d’altri tempi, fuori moda e fuori posto – sembra dirci il poeta, che pure non vi sa rinunciare. La poesia è una forma di resistenza – o di resilienza – all’insensatezza del mondo, all’andazzo dei tempi, in nome di “una quinta dimensione, agognata / salvezza”, “alla ricerca del punto che svirgola la storia / e strappa o volta o mette orecchie alle pagine”.
Compito del poeta è “tracciare mappe sconosciute dal male al bene”, “imparare a volare, scavalcare, cercare / pazientemente porte / disseminate qua e là, nascoste” e come fa l’alpinista – altro esperto di strapiombi – riconoscere “su pareti di granito [...] fessure e faglie” dove aggrapparsi per “spingere in alto la nostra storia”.
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