Review

Recensioni

|

SOKOLOV COPERT ROMANZOPalissandreide di Saša Sokolov (Atmosphere libri, 2019) 
Traduzione  a cura di Mario Caramitti



Il tracollo del tempo, la patria come caos:
Lettura a cura di Paola Ferretti



Un autore russo tra i più apprezzati in patria e in Occidente – dove tuttora risiede, dopo essere emigrato nel 1975 - arriva in traduzione in Italia con un romanzo “fantastorico” che, dato alle stampe nel 1985, si legge oggi come un classico del postmodernismo: Palisandrija. Di Saša Sokolov, classe 1943, era già stato tradotto in anni recenti La scuola degli sciocchi, un'opera che risale all'anno dell'emigrazione. Se in quel primo romanzo non si aveva un vero intreccio, ma “un reticolato di intrecci convergenti e divergenti” - come scrive in altra sede Mario Caramitti, traduttore e curatore del volume uscito nel marzo 2019 presso l'editore romano Atmosphere Libri - qui le storie si sfilacciano in infilate di vignette, sovraffollate di un ingorgo di personaggi-fantocci tra cui spiccano per rilievo e colore i protagonisti della politica sovietica, dalla Rivoluzione fino ai primi anni '80 del secolo scorso.

Read more ...
|

62209968 362377237815862 2440736133705891840 nNel teatro del mondo

“la vita che non chiesi ma divenne / consegno ora al destino che mi spetta” (p. 38).
È un particolare teatro del mondo quello che rintracciamo in Dire di Fabio Michieli (L’arcolaio editore, Forlimpopoli 2019), dove non si stagliano in primo piano luoghi, volti e vicende ma tutto questo deve essere ricercato ed intravisto dietro un sipario o un velo che lo oscura. No, non c’è la volontà di ricercare l’“oscuro” o magari di farsene schermo: questo è il reale, uno spazio esistenziale con una venatura metafisica, di una metafisica laica intendo. La vita prosegue per suo conto un cammino inesorabile e quasi completamente autonomo: il nostro è un destino al quale possiamo consegnarci ma non mutare.
Qualcosa si rivela per speculum enigmate. Sono tratti, lacerti che non si lasciano facilmente interpretare. Certo, avvertiamo qualcosa di doloroso, di sangue, magari di sacrificio. I toni sono, però, esatti e calibrati, privi di ogni turgore. No, non è certamente quella di Fabio Michieli una scrittura minimale: l’eleganza assoluta del verso rimanda a tradizioni classiche, sia greco-romane che provenzali “fu quando svelsi al ramo l’acre rosa: / mi punsi e tinsi del mio stesso sangue / quella mano: tinsi nuovo anche il volto –” (p. 26).
Presenti anche influssi contemporanei, magari non italiani, ma lo stile rimane assolutamente personale. Un verso cesellato che si gusta soprattutto se recitato a voce alta: solo in questo modo si percepisce la nobiltà del dettato.
No, non vicende dicevamo, ma istanti e percezioni. Quale idea del sacrificio o altro c’è dietro questi versi? Difficile capirlo, eppure ne avvertiamo l’intensità “al suolo avidi i petali raccolsero / del mio sangue l’orgoglio violato” (p. 26).
Parlavo di versi perfettamente cesellati, di un nitore che non nasconde il dramma o il patos: questo l’esempio più perfetto: “tingerò d’amaranto questi versi / perché tu possa scorgerli lontani / quando la luce imbruna il cielo a sera” (p. 33).
Euridice ed Orfeo, di cui hanno parlato nelle prefazioni Gianfranco Fabbri e Augusto De Molo, sono sicuramente personaggi centrali: ma no, non personaggi, figure emblematiche quasi disincarnate, ma investite di una forte carica drammatica e vitale. Non so se il narratore possa configurarsi in Euridice, se quest’ultima possa rappresentare: “la parte umana ormai immersa nell’eterno di più verità” come sostiene Gianfranco Fabbri nella prefazione di questa nuova edizione di Dire mentre la postfazione di Augusto De Molo risale alla prima edizione del 2008. Quel che emerge, in modo incontrovertibile, è la fiducia nel canto, nella eternità del canto, così come così cara a tutta una tradizione romantica e che da noi ha avuto in Ugo Foscolo il suo rappresentante più alto: “sì, voltati a guardarmi! Io ti supplico: // spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto! / annientami, dissolvimi – esaudiscimi, annullami” (p. 43).
Naturalmente questa fiducia nella forza eterna della poesia di Fabio Michieli non vive in un Ottocento ancora sicuro dei propri valori, ancora ricco di certezze com’era per Foscolo, ma dentro un “teatro del mondo” molto più inquieto ed insicuro: e il poeta contemporaneo dovrà usare un altro tono e perfino altre parole per esaltare la capacità della poesia d’immortalare figure e vicende. Il discorso vale ancora di più per la capacità stessa della parola di dare un senso alla vita.
È molto più importante una Euridice mitizzata, figura che attraversa i secoli, d’una Euridice domestica ricondotta dall’oscurità dell’Ade alla tranquillità della sua casa, alla tranquillità di una serena e modesta vita coniugale.
Non sempre c’è questa sicurezza nei confronti della poesia; sì, è vero che la poesia è la nostra voce, ma il dubbio dell’inconsistenza permane. Il tempo che attraversiamo è un tempo brechtiano, le nuvole all’orizzonte sono ben più di nuvole e l’inconsistenza sembra dominare: “ma non son nuvole quelle che passano! // l’inconsistenza spesso ci attanaglia / di chi coi versi ingaggia la battaglia” (p. 82).

La poesia di Michieli non ha quasi mai un’impronta civile, ma ho detto quasi mai. Il dramma dei morti in mare trapela in questi versi (p. 53):

(squallidi coralli dispersi in mare
aperto come fossero le ceneri
di un qualche morto in più da aggiungere a una lista
che trova solo livida pietà)


Ancora più forte lo sgomento che domina in Quod genus hoc hominum? (Aen. i 538) (p. 80):

voi dite che sia giusto abbandonarli
lasciare al largo quei legni dal nulla
venuti per pietà nulla a perire –
suona e insiste quest’ora di rapaci
di voli a picco su vittime inermi


Prima ho parlato di luoghi, della loro assenza: non è del tutto vero: Parigi, Barcellona, Firenze sono però luoghi di avvenimenti, entrano come momenti del vivere e del sentire. Altro tema importante di Dire il dialogo col padre che non c’è più. Questa zona del libro ha un risalto particolare e si staglia con una luce e un tono diverso dal resto. Qui tutto viene avvertito dal lettore con immediatezza, qui non ci si muove più dietro un velame scuro (p. 68):

non sono stato ciò che ti aspettavi:
quel figlio, quel bastone che reggesse
il tuo corpo oltre il passo dell’età –
ma non fu per mancanza mia...
la vita!
fu lei a lasciarti prima del tuo tempo –


Luce ed ombra, vita e morte, si rincorrono ed incontrano continuamente in queste pagine sempre raccontate con una forma limpida e scandita, mai però facile o carezzevole. I versi cesellati di cui parlo non sono un orpello, non nascondono il dramma ed il dolore, ma li inquadrano dentro una cornice che li difende da ogni facile effetto pietistico o declamatorio.

E chiudo con questi versi dove la vittoria sul nero, più nero dell’inchiostro che occupa tanta parte della nostra vita, è netta per quanto fragile ed insicura: “ma la luce che filtra dalla grana / dice a me – nel silenzio – tutto il bello” (p. 55).

Umberto Piersanti
|

Recensione Orfeo in Fonte Santa , poesia
Autore: Roberto Mosi

Edizione: Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2019

In copertina: Mascherone di Ottaviano Giovannoni nella Grotta di Adamo ed Eva del Giardino di Boboli, Firenze. Fotografie dell’autore: all’interno del libro sono dedicate al tema “Autunno in Fonte Santa”, l’ultima “Il Rifugio in Fonte Santa” - pp. 66

prezzo: € 12,00 – Libreria Salvemini, piazza Salvemini 18, Fi. T. 055 246 6302

Recensione a cura di Luciano Nanni, dal portale www.literary.it, 28.06.19

“Poesia. Il tema della fonte non è l’unico, infatti va considerata anche la metamorfosi in un contesto di classicità mitologica che tuttavia poi se ne discosta: questo è un dato che va oltre il fatto puramente locale, inteso nel senso di luogo ben definito, per assumere un valore più ampio e quindi integrare la poesia nel suo sviluppo creativo con elementi che diventano Storia, quali ad esempio un episodio di lotta partigiana come nel XII componimento.
Se l’esistenza, quale si riporta, è un canto ininterrotto, dovremmo applicarlo alla poesia, che si snoda spesso con una limpidezza di dettato e un’eleganza che sembra recuperare antiche forme. A volte, è necessario dirlo, incontriamo versi deliziosi, ma non ingannevoli, poiché comunque la organicità testuale e il suo evolversi secondo alcuni modelli, non prevarica certo la sostanza, presente anche nell’oggi e in diversi momenti riferendosi a una realtà non eludibile; si è indotti a verificare la sensucht, che non appare quel sottile struggimento tipico della mentalità tedesca, quanto piuttosto una enunciazione dove il sentimento trova vasta parte e nel suo significato migliore: sentimento del tempo e delle cose, che l’idea del mito, più che il mito stesso, vorrebbe rendere fisso, benché il procedere cronologico degli eventi finisca per proporre nuove dimensioni, del pensiero e dell’immaginario.
Incorporare quindi versi altrui (ad esempio di Rilke) non è una operazione intellettualistica, piuttosto un collegarsi al principio generatore per trarne, pur nella società attuale, delle regole deputate a trasformare il flusso della scrittura – e del linguaggio – e ricondurlo per l’appunto a una fonte originaria. Dunque i luoghi e le citazioni storiche o colte non fanno che arricchire la trama di una poetica ineccepibile sotto i due aspetti di invenzione e coscienza conoscitiva. Ma tornare alla fonte, in questo caso presso San Donato in Collina, acquista un valore aggiunto. “Dite mo’, se sia più pura l’acqua che scaturisce dalla viva fonte” (Eginaldo).
II.
Il canto mi prende, mi porta
a cantare lo scorrere del tempo
nel bosco sacro di Fonte Santa,
accordo la mia voce al suono
delle acque, al respiro del vento,
al vibrare delle foglie, guidato
dalla musica del flauto d’oro.
.
Brilla il vortice del silenzio,
alberi, pietre incantate, braccia
di luce scivolano per i rami,
riflettono nello specchio della fonte
figure, miti colorati.

.

L’inganno si congiunge
alla conoscenza, appaiono
immagini sconosciute:
la fonte non sa di contemplare
sé stessa e il riflesso di un dio.
|

ImmagineStefano Taccone

SOGNILOQUI ovvero il racconto come folgorazione critica

Sogniloqui. Ovvero un intreccio di sogni ed eloquio, un rincorrersi di immagini e parole che vanno a depositarsi sulla pagina bianca costruendo dei microracconti, delle folgorazioni visivo-letterarie che restano lontani dal canone del racconto inteso come forma ridotta, breve narrazione di una storia strutturata, restando più vicini a degli schizzi narrativi a metà strada tra il surreale e il grottesco, l’ironico e l’assurdo. L’autore usa la dimensione del sogno come pre-testo, come base di partenza sulla quale poi far levitare la sua piccola emblematica storia.
I testi di Taccone sono curiosi nel senso che hanno una loro specifica natura intrigante che stimola la curiosità del lettore e ci presentano un modo curioso, ovvero inatteso di leggere le cose che tuttavia ha la capacità di rimbalzarci all’interno della realtà quotidiana, come se i salti logici, gli imprevisti visionari, le soluzioni apparentemente assurde possano proprio per questo indicare una forma diversa di lettura della realtà.
Una sorta di iper-realismo che coglie momenti, pensieri, immagini della vita di tutti i giorni trasferiti in brevi testi che, proprio per la loro specifica natura immediata, aprono per il lettore riflessioni più ampie su temi esistenziali, ossessioni, manie, problemi della nostra contemporaneità. Molto significativi in tale senso i racconti Tagliatelle millimetrate oppure Girella Cumana dove comportamenti e situazioni apparentemente irrazionali nascondono domande esistenziali che possono riguardare tutti noi. Tra l’altro questi due racconti cha aprono il libro contengono un po’ tutta la “poetica” dell’autore.
Ma il presente è evocato anche sul piano morale, persino “politico” visto che alcuni racconti hanno la forma più o meno consapevole dell’apologo, del racconto immaginario tuttavia calato sul presente storico-politico che stiamo attraversando. Infine, le ambientazioni: molti racconti si svolgono nella sua città, Napoli, che tuttavia resta sullo sfondo, altre volte è il “punto di vista” della stanza dell’autore, altre ancora è la strada, il giardino... Non è la descrizione narrativa che interessa Taccone: è la rapidità dello sguardo, la pennellate improvvisa, abbozzata. E’ come se il “non-detto” fosse sempre più importante del “detto” per lasciare al lettore ampi margini di “partecipazione”.
Stefano Taccone di professione è critico e storico dell’arte, specie dell’arte contemporanea e in questi piccoli testi ritroviamo probabilmente l’influsso della sua formazione, della sua forma mentis (non certo, immaginiamo della sua scrittura) I racconti di Sogniloqui sono come delle rapaci installazioni di parole, talvolta ingenue, altre volte taglienti, altre ancora dal tono pacatamente filosofico... sempre sostenute dall’intento di sollecitare e attirare lo sguardo del lettore, per un attimo, su un dettaglio che magari presto scompare, come in un sogno, appunto.
Ci sono racconti che hanno accenti in stile “pop-art” (si pensi a Calcetto disneyano) altri invece centrano la loro attenzione sulla “denuncia” dei rischi della contemporaneità. È il caso di “Rete negli occhi” in cui il protagonista finisce per essere trasformato in un essere esclusivamente “visivo” a forza di vivere immerso nella rete. Oppure si pensi a Irruzione afro-italiana dove i protagonisti (una coppia di persone “occidentali, bianche” a forza di sentirsi diversi, divergenti, anomali finiscono per generare due bambini di colore. In Food Pool viene presa in giro la mania contemporanea delle diete e la perdita di attenzione per le vere domande esistenziali. Si prenda poi il tono critico filosofico di quadretti come Cuoricino nero in cui Taccone critica appunto forme di “politicamente corretto” che rischiano di ottenere l’effetto contrario a quello voluto oppure Indios in giardino dove si apre una speranza per un mondo fatto anche di accoglienza e tolleranza.
Ingenuità e stupore, inquietudini e soprese sono i caratteri dello stile e il tenore emotivo dei testi. Non si cerchi in questo libro una forma narrativa strutturata: Taccone fa della scrittura “amorfa”, crea una sorta di meta-forma che gli permette di acquisire uno “stile” riconoscibile. Il linguaggio è sempre semplice, diretto, talvolta letterariamente ingenuo, cosa che contrasta con le intenzioni narrative, ma che rende il tutto leggero, aeriforme.
Ogni autore normalmente ha dei riferimenti culturali, scritturali: Taccone è perfettamente figlio di una generazione che ha assorbito letture importanti che restano sullo sfondo, che vengono proiettate sul fondale dei micro racconti come immagini fugaci, citazioni talvolta implicite, topoi letterari obbligati. Ed ecco apparire talvolta con sguardo sornione, altre volte con occhi ironici, magari con l’aria di chi se la ride, figure come Kafka, Buzzati, Calvino, Benni, persino Stephen King... insomma non sappiamo se davvero questi autori siano presenti, neppure l’autore lo sa (almeno così ci ha confessato in una recente presentazione a Torino). Certo vengono evocati, almeno agli occhi del lettore critico, figure che non danno vita a sviluppi profondi, distesi, ma che occhieggiano come in un video d’arte contemporanea.
Taccone non ha la pretesa di rifondare il genere letterario del racconto. Ma ha il merito di aprire un dibattito sul perché oggi il genere sia così poco praticato a differenza di quanto accadeva nel secolo scorso. E lui ha deciso di praticarlo. Al di là degli immediati risultati, questo è già un merito significativo. Nell'era di internet e di twitter può essere importante ripensare a forme nuove di racconto che siano comunicabili oggi perché colgono “lo spirto del tempo” anche sul piano formale, assumendosi le contraddizioni del caso.
Stefano Vitale

Note sull’Autore

Stefano Taccone (Napoli, 1981) è dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno. Dal 2013 al 2015 ha insegnato storia dell’arte contemporanea presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010); La contestazione dell’arte (Phoebus, 2013); La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017).

Collabora stabilmente con le riviste “Segno” ed “OperaViva Magazine”. Ha pubblicato sulle riviste “Boîte”,“roots§routes, “sdefinizioni”, “Sudcomune”,“Titolo”, “TK-21”, “Tracce”, “undo.net”, “Walktable”. Con raccolta di racconti Sogniloqui (2018, Iod) esordisce nel campo della scrittura narrativa.

Acquista il libro: https://www.iodedizioni.it/
|

Giuliano Ladolfi - Call of paper: Richiesta di partecipazione "Tra slam e dadaismo"


Sto seguendo con enorme interesse il dibattito sulla poesia contemporanea, suscitato dal nostro direttore editoriale, Matteo Fantuzzi, che compare sul n. 94 di “Atelier” con il titolo “Contro un possibile dadaismo”. Il fatto che il lavoro sia stato inserito tra gli editoriali dimostra che la linea indicata è condivisa dall’intera rivista. Del resto, non è difficile riscontrare una simile coerenza rileggendo l’intera storia della nostra pubblicazione partendo dal primo editoriale di Marco Merlin, continuando attraverso tutti gli interventi di carattere estetico, come la prefazione all’antologia “L’opera comune. Poeti nati negli Anni Settanta”, per giungere non solo ai miei ultimi editoriali, ma soprattutto agli atti dei due convegni (Firenze 2017 e Milano 2018) organizzati proprio sulla situazione attuale della poesia.
Non dimentichiamo che la parola stessa che denomina la nostra rivista richiama l’immagine di un laboratorio, dove si entra per ritrovarsi, per discutere e per arricchirsi grazie all’apporto di tutti coloro che intendono prendersi a cuore la scrittura in versi.
Il dibattito, quindi, lo scambio di opinioni, il confronto è per noi essenziale e di questo ringrazio il direttore editoriale che ha saputo sollevarlo, perché trovo negli interventi motivi per riflettere, per mettere in discussione le nostre idee, per approfondirle o anche solo per chiarirle.
Non mi sembra opportuno rispondere in questa sede a tutte le obiezioni, a tutte le proposte, a tutte le sollecitazioni avanzate, perché ritengo di aver bisogno di riflessione, di studio e di rielaborazione teorica. Vorrei solo indicare alcune linee cui ci siamo attenuti in questi anni:
1) Noi non disprezziamo l’espressione poetica di nessuno, ripeto, di nessuno, sia di un bambino delle scuole primarie sia di un(‘)innamorato/a, che prende a prestito luoghi comuni per dichiarare il proprio sentimento. Non solo non disprezziamo la persona, ma neppure il contenuto. Questo però non significa che non sia indispensabile attribuire un valore in sede di valutazione letteraria per uscire dalla confusione secondo la quale De André (cantante prediletto in gioventù, le cui canzoni continuo a strimpellare sul pianoforte) possiede un valore letterario pari a un Mario Luzi o a un Vittorio Sereni. Il problema si configura quando lo scrittore in versi “pretende” di valere “almeno” quanto Dante. “La triste stagione del dilettantismo arrogante” è il titolo di un mio editoriale. È proprio l’arroganza che fa la differenza nel mondo della poesia. Non perché sono capace di condire un’insalata, posso “pretendere” una stella Michelin.
2) “Atelier” non ha mai steso canoni o precettisti stilistici, non ha mai indicato se usare un tipo di espressione piuttosto che un’altra. Spetta al singolo poeta la scelta, come spetta a noi valutare se il risultato di eccellenza è stato raggiunto. La rivista ha prospettato degli orizzonti poetici: una scrittura che prenda in considerazione i problemi dell’uomo, che tenti di “rivelare” alle generazioni future il volto della nostra epoca, che apra al lettore sentieri di conoscenza originale, che presenti il modo personale con cui l’autore ha abitato la terra in un preciso periodo storico. I nostri criteri sono chiari, sistemati nel saggio “L’estetica nell’Età Globalizzata” (www.atelierpoesia.it).
“E cosa vuol dire oggi scrivere poesia? È davvero, come scrive Paolo Giovannetti nel suo ‘La poesia italiana degli anni Duemila’ edito da Carrocci (p. 42), che ‘L’unico segno di poeticità ampiamente accettato, da cento e più anni a questa parte, è costituito dal fatto che quasi tutte le poesie vanno a capo in modo diverso da come lo si fa nella prosa: cioè in modo arbitrario, senza che la frase sia conclusa. Per il resto, le regole linguistiche della poesia sono altamente volatili, discontinue’?” si domanda Matteo Fantuzzi. In un editoriale ho usato il paragone tra il poeta e il meccanico e mi sono domandato se mai qualcuno, quando il motore della propria auto non funziona, intende affidarne la riparazione a una persona appassionata, ma assolutamente priva di conoscenze specifiche. La risposta non necessita di esplicitazione. Pertanto, invito i poeti a raggiungere il livello del nostro meccanico, come livello minimo, necessario, ma assolutamente non sufficiente. Una conoscenza delle strutture che regolano il “fare poesia” è indispensabile. Non è richiesta la laurea in Lettere, ma una lunga e assidua frequentazione dei testi più importanti della tradizione e della contemporaneità. Rimbaud tra 16 e 19 anni scrisse composizioni che rivoluzionarono la storia letteraria mondiale, ma il ragazzo a 14 anni scriveva distici elegiaci in lingua latina.
Fantuzzi paragona la situazione attuale all’epoca del Dadaismo: “L’alternativa è dirci tutti dadaisti e, come tutti i dadaisti, andare contro le regole del passato per il solo gusto di voltarsi dall’altra parte. (...) L’alternativa che ‘Atelier’ propone è quella di raccontare il presente con la giusta attenzione per il futuro, ma soprattutto con il doveroso rispetto del passato”. In caso contrario rivivremmo stagioni come il Petrarchismo cinquecentesco, l’Arcadia o il postermetismo della seconda metà del secolo scorso, quando bastava infilzare parole prive di senso per sentirsi poeti.
Siccome, come dicevo, il dibattito è veramente interessante e stimolante, invito tutti coloro, che lo desiderano, a inviare le proprie riflessioni all’indirizzo e-mail (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.), per organizzare sulla rivista cartacea un fruttuoso dibattito. I temi suscitati sono veramente numerosi per cui ci sembra opportuno valorizzare il contributo di tutti gli studiosi che intendono recare un apporto qualificato alla problematica suscitata dal nostro direttore editoriale.
|

foto mia 2Atelier intervista Mario De Santis:
"Se la soggettività del poeta prevarica la poesia..."


1) Soprattutto nelle ultime generazioni sta emergendo in questi giorni il nodo di cosa si possa considerare poesia. Nella tua esperienza, è possibile unire tutto in un unico grande contenitore? E, in generale, tra valenza formale e valenza sostanziale è possibile un accordo?

Avendo acquisito più competenze, da quella tecnica con gli studi sulla poesia contemporanea, dagli anni 80, in poi, a quella anche storico-giornalistica, con le dinamiche culturali e sociali del nostro paese, a cui mi dedico dallo stesso periodo dell’Università, mi sono fatto l’idea che stiano cambiando i parametri interpretativi di quella disciplina che chiamiamo “estetica” e che regge anche implicitamente ogni giudizio sui testi. A maggior ragione se si ha bisogno di rifondare ogni volta il concetto di una forma, un genere, anche se i generi superati, e che definiamo col sostantivo “poesia”. Sarò lungo per una risposta, ma breve rispetto a quanto sarebbe necessario. Si oscilla sempre sull'altalena di quel che Matteo Fantuzzi chiama qui su Atelier "valenza sia sostanziale che formale", ma spesso è sempre un affermarsi di “forme” anche quando si rifiutano tutte le forme, in alcuni casi di poetiche radicalmente "anti-formali". Furono contro una forma dominante tutti i poeti del secolo, lo erano i futuristi, le avanguardie, perché ne facevano proclami, ma lo fu più radicalmente ancora Ungaretti e tutti i lirici lo sono stati, poeti che rompono le forme. Anche il “ritorno alla forma” lo è, se si considera la dominante socioculturale di un canone. Lo fu Milo De Angelis nel 1976 e poco dopo in altro modo Valerio Magrelli rispetto alla dominante politica o neoavanguardista che occupava la scena letteraria. Sul piano delle rotture "radicali" metto un evento che si celebra in questi giorni, ed è il Festival di Calstelporziano dell’estate del 1979, ovvero quello in cui si è inaugurata la stagione del "pubblico" (in generale e non solo della poesia come lo chiamarono Cordelli e Berardinelli)e del fatto che nell’espressione di sé "ognuno” vale quanto “l'uno" che è sul palco - a suo modo quella poesia di quei simpatici, ma dilettanteschi sciamannati che salirono sul palco a parlare dei loro "bisogni" interrompendo i poeti, è scomparsa, ne ricordiamo però di quell’evento la "sostanziale" e collettiva rottura e crollo (anche non metaforico) del cosiddetto gotha della poesia che era riunito sopra. Oggi è in atto il compimento di quell’evento e non solo in poesia. C'è un gotha anche oggi? Non lo so. Ci sono centri di potere come Istituto, a volte dipartimenti, editori e alcuni festival. On necessariamente come è stata chiamata nella polemica di questi giorni è una "gerontocrazia". In ogni caso al contrario, vedo anche, come allora su palco i giovani Cucchi e De Angelis, dei poeti under 40, attivi e con, a volte, buon riscontro – ma gruppi e piccoli poteri ci sono sempre, anche tra i giovani, purtroppo, fenomeno ciclico, ma la poesia italiana di oggi è variegatissima, molto più che in passato quindi non c’è un ritratto univoco possibile).

2) Il pubblico della poesia oggi va inseguito o va portato ad una maggiore consapevolezza?

Il pubblico oggi ha un grande potere, l’epoca del marketing e del populismo ne sono i due esempi. Si seguono gusti, indicazioni, istinti. L’epoca moderna, è stata dominata da spinte dal basso interpretate diversamente: chi le ha assecondante, chi ha provato a mediarle. Le migliori conquiste culturali anche di massa sono quelle nate dal mix tra spinta dal basso al cambiamento e mediatori che la interpretavano e in qualche modo proponeva, con la loro consapevolezza, un prodotto che potesse anche piacere. Ritengo l’epoca dei Beatles l’esempio fulgido: c’erano musicisti, studio, menti musicali, mediatori. Gli artisti sono dei mediatori che devono giocare tra sorpresa, scarto dalla norma e però anche dialogo con la langue diffusa. Certo dipende dal livello culturale e in un certo senso anche dall’affidamento del pubblico ai suoi mediatori. (Cosa che oggi è contestata, da “Amici” di Maria alla Vivinetto, perché guai a esercitare la critica verso i giovani aspiranti artisti - c’è subito rivolta e messa in discussione “ma tu chi sei per dirlo?” – lo direbbero anche degli aspiranti papi a Gesù, sono piuttosto pessimista al momento, la massimo c’è il modulo “Greta” uno-di-noi.) Ripartiamo da Baudelaire. L'epoca "del pubblico" porta in primo piano quella che Mazzoni, nel suo famoso volume sulla lirica moderna, chiama il "mandato sociale" del poeta. Chi lo decreta il Mandato sociale ovviamente la parte di società che legge e legge secondo dei canoni, dei gusti. E’ per questo che “mandato sociale” non va letto solo nei suoi caratteri sociologici ma mescolato a una definizione estetica e formale di poesia, determinata dalla fruizione, non assoluta. Quando Mazzoni introduce nel libro il concetto inizia col fare l’esempio di Baudelaire. Il poeta fondatore della lirica moderna, in due differenti edizioni arrivò a venderne circa 2300 copie, mentre nello stesso periodo Eugene Sue aveva venduto complessivamente centinaia di migliaia di copie, tanto che l'autore s'era comprato la sua stessa casa editrice - sono tutti dati che trovate in Charles Baudelaire. “Un poeta lirico nell'età del capitalismo avanzato" di Walter Benjamin nella fondamentale cura di Agamben. Ma al tempo di Baudelaire più o meno, la società borghese che leggeva testi letterari era LA società borghese tutta, che, insieme a tutto quel che si può fare a teatro, nella lettura trovava l'unica forma di intrattenimento, oltre che di apprendimento. Era una società ristretta nei numeri, ma quel segmento aveva la pratica della lettura di testi letterari e poetici come pratica diffusa, accettava l’idea di affidarsi e dare mandato a figure di mediatori. Lo stesso vale per chi proponeva testi letterari. Ovviamente poi bisognava leggere. Il dato importante è che il livello di scolarizzazione, poiché era ristretto, era anche mediamente più alto. Oltretutto la letteratura era parte di un consumo quotidiano di intrattenimento. La gran parte delle persone che sapeva leggere, leggeva testi letterari. (certo, più Sue che Baudelaire, ma leggevano quasi tutti ed erano in grado di rifiutare Baudelaire partendo da loro canoni di lettori che Baudelaire voleva rompere - in poesia era praticato e apprezzato il parnassianesimo, che Baudelaire stravolge). Data questa premessa di presenza della letteratura nei “saperi” correnti, che quando un poeta come Baudelaire cambia forma lirica, crea un dissenso poetico, formale, quindi anche culturale quindi sociale, quindi politico. Lo fa grazie al fatto che la larga platea dei leggenti era anche una platea di lettori di letteratura. Egli crea un dissenso e una rottura, e tutte le tensioni letterarie – che diventano culturali e speso politiche - che conosciamo sono legate a questa ricezione che noi classifichiamo come "destini generali" ma in realtà sono dovuti a azione specifica di settori sociali ristretti; ristretti in senso assoluto, ma "generale" in senso relativo, (insomma per dirla in modo semplice, va a scuola il 30% della popolazione ma quel 30 legge all'80% libri di letteratura). Ecco, per tutto il XX secolo è stato più o meno così in Europa, fino agli anni ’60. Gruppi sempre più allargati, ma sostanzialmente appartenenti a ceti borghesi, medioborghesi, accede all’istruzione, a una buona istruzione, è in grado di leggere un classico, ritiene la cultura cosa importante. Nel frattempo era esplosa nel dopoguerra il consumo di massa di cultura pop, ci sono altre forme di fruizione estetica – cinema, canzone, in parte la tv, ecc. Poi c'è stato il ‘68, ma soprattutto il ’77 che cambia tutto e cambia anche la poesia.

3) Poi nel 1979 arriva dunque l’era di Castelporziano che citavi prima: hai accennato al fatto che oggi assistiamo a una riproposizione di quelle dinamiche tra pubblico e autori, ci spieghi in che senso?

Come provocazione io amo dire che a Castelporziano si inaugura l’era di “Amici di Maria de Filippi”. E la drammaturgia è la stessa. Autori nuovi,immaturi, dilettanti, che vogliono salire sul palco e contestano la “giuria” dei competenti o degli artisti già-consolidati, col pubblico da arena a fare da giudice, e che non giudica il migliore ma il più simpatico (Castelporziano sarà ricordato più che per “Urlo” di Ginsberg, per l’urlo “è pronto il Minestrone!!” che fu portato col pentolone sul palco – è l’EcceBombo della poesia italiana, da allora fino a Catalano è stato tutta una pietra rotolante.). C’era folla su quella spiaggia a sentire i poeti, ci fu un passaparola. Dopo due giorni erano migliaia. Oggi si direbbe “un evento di successo”. Il grande pubblico che ascolta i poeti eccc. Come è noto la storia è più tragicomica e i filmati sono lì a documentarlo. La storia della poesia italiana si presenta anche essa la prima volta in forma tragica, nel 1975, con l’assassinio di Pasolini, e la seconda volta in forma grottesca, nel 1979 con Castelporziano. L'era di Castelporziano arriva dopo il 1976-77, anno in cui aumenta di molto l'ingresso all'Università, la prima vera stagione del compimento dell’istruzione di massa voluta dalle riforme degli anni 60. Era molto per i numeri ancora bassi dell'Italia, ma assumiamo da lì a poco la struttura di altri “mercati della cultura”, pian piano si inaugurava la divaricazione tra la letteratura che piace ai "competenti" e quella che leggono i "leggenti" istruiti, acquirenti di libri, in cerca di un prodotto medio. Si allargava l'istruzione pubblica, si prendevano più lauree, ma terminava una società 8/900 identificabile in classi, si avviava verso una società di massa, più osmotica dal punto di vista dell'immaginario e dei consumi culturali. (Ricordiamo però che siamo ancora oggi nel 2019, il paese con meno lettori (39%) assoluti e il paese con meno lauree in Europa e in generale se vogliamo ancora farlo sopravvivere nel sistema occidentale.).

4) Quando inizia ad allargarsi la platea dei leggenti?

Dopo il ’68, col balzo nel 1980. Si possono leggere per “casi” editoriali. Due grandi casi in epoche di "allargamento della platea dei leggenti": immediato post ‘68, Porci con le Ali, oggi dimenticato se non per una storia del costume, e La Storia, di Morante, nel 1974 stroncato all'epoca dai più, oggi un grande classico. Ma siamo ancora dentro un pubblico che legge, inizia a leggere appena scolarizzato, sia per “dovere” politico – legge o almeno compra il libro e dà un’occhiata – ma sostanzialmente, fino a prima della metà anni 70 all’università andavano pochi figli di classi di lavoratori subalterni. C’era molta borghesia, come hanno stimato gli storici il 68 lo hanno “fatto” 300 mila giovani unaminoranza demograficamente parlando. Nel 1980, dopo un anno da Castelporziano l’Italia ha scavalcato i movimenti giovanili del 77 che sono invece il primo segno di allargamento culturale reale, dei ragazzini che nati a metà anni 50 hanno frequentato la scuola dell’obbligo e puntano al “pezzo di carta”. Di conseguenza, l'Italia conosce un "allargamento della platea dei leggenti" sotto la spinta di un innalzamento del livello di istruzione. C’erano stati già segnali prima, con la mondadori e gli Oscar in edicola, negli anni 60, e l’editoria ialiana si era già modernizzata, anche se non mancano errori (Mondadori rifiuta di pubblicare Wilbur Smith, Stephen King per dire) ma è in attesa del suo pubblico, che sboccia invece con la Collana harmony nel 1980 e con il primo bestseller di un’editoria rinnovata (non dimentichiamo che Berlusconi sta per fare il suo ingresso) con cui l'industria editoriale mostra il suo volto di oggi, pochi anni prima della saldatura “televisiva”. Era Il Nome della Rosa, non a caso scritto da un esponente a suo modo del gruppo ‘63 come Eco, che cercava la sua strada per conciliare la letteratura di genere e quella alta. Però è già in atto una divaricazione e non è detto che anche un laureato in lettere abbia voglia (e dico io magari sappia) leggere, in quegli anni la poesia di Pagliarani o Sereni. E infatti, nel frattempo la poesia - che pure ha in quegli anni momenti alti, di partecipazione - nasce la rivista Poesia di Crocetti, che va in edicola e arriva a toccare le 55.000 copie mensili, c'è ancora Milanopesia e i festival di Roma ecc. - ci si avvia alla progressiva riduzione dl lettori paragonati al numero dei "leggenti" perché il famoso pubblico potenziale che accorre a migliaia agli eventi (appunto come a da Castelporziano in poi, oggi cliccando sui social mi piace) poi si guarda bene dal comprare o dal leggere poesia (ne sono stato testimone per alcuni anni con un fenomeno che si chiamava “Parole Note” posso assicurarvi che persone che accorrono a sentire leggere un buon/bel lettore poesie di Neruda e si commuovono poi neppure Neruda comprano, figuriamoci altri - e così oggi ancora un poeta riesce a vendere anche 2000 copie, come Baudelaire ma dopo un secolo in Europa è cambiato tutto. E in Italia ancora di più, paese che ha varato tardi la riforma della scuola dell'obbligo nel 1963, dopo dieci anni dal varo della Tv pubblica nel 1954 - dove Eco era parte, tra l'altro - paese che sconta anche una sostanziale assenza di quella diffusa società borghese più forte in Francia Gran Bretagna Germania ecc. e ancora oggi il nostro pubblico ha una debolezza strutturale, data anche dalla scuola che in tutto questo per la poesia ha fatto poco, in 40 anni.

5) Come si inserisce in questo contesto una possibile discussione intorno al tema tra “forma” e “anti-forma” oggi?

La discussone tra forme e anti-forme (che si candidano ad essere nuove forme del futuro) va fatta alla luce di questo discorso, secondo me e dunque - per quanto anello anche debole in Italia, imprescindibile ovvero proprio Il Pubblico. Non per assecondarlo, né punirlo, ma perché ogni discussione va fatta tenendo conto di quale platea dei “leggenti” (capaci in teoria ma meno addestrati o propensi) o “lettori” (consapevoli, con almeno un buon bagaglio di letture poetiche alle spalle) abbiamo davanti. Paradossalmente ci siamo interrogati per decenni sull’”Io” in poesia, ma ci simo dimenticati “lEssi” (una miopia che somiglia a quella politica). Tutti puntiamo ad avere più lettori, ma per farlo dobbiamo allargare il nostro discorso ai “ leggenti” prendendo una decisione anche stilistica. Che come diceva Barthes è sempre anche etica, oltre che estetica. Nel frattempo infatti i leggenti hanno sempre più – lo dice molto bene ancora Mazzoni – dato da diverse generazioni (sempre più o meno post Castelporziano) il loro “mandato” poetico ai cantautori. E oggi con il rap e le sue derive, modalità che ha una grandissima possibilità di ricchezza testuale, dunque è pperfetto anche per temi complessi, per un lavoro sulla stessa forma del testo-con-musica, che formalmente sono assimilabili al testo poetico se visti solo dal punto di vista del Ritmo, rime, metrica ecc. Tutavia la poesia è anche un suo campo semantico-formale e topico, molto specifico e dialoga anche all’interno della sua tradizione per inserire semantiche, non perché orto chiuso, ma perché determinate prassi e certi bagali metaforici ad esempio traslano – come del resto ci sono in qualsiasi forma estetica: oggi non fai il cantautore se non conosci Paoli o De Gregori fino a Calcutta o Brunori. Non si comprende perché se si scrivono testi in poesia invece si può “non conoscere” la storia della poesia recente – è una forma di permissivismo pedagogigo deleterio, che ancora una volta ha nella scuola e nella pedagogia i responsabili: sembra un discorso conservatore non lo è: tutte le rivoluzioni devono conquistare il palazzo di inverno e farlo proprio, non devono né abbatterlo né ignorarlo né accamparsi in brutte tende.
La poesia se vuole partecipare anche alla trasformazione culturale della società, se vuole avere un ruolo devi porsi il problema dei "leggenti" ma rimanendo all’interno di quella scia che è stata la scrittura di poesia così come la sua comunità di lettori e critici e poeti l’ha definita, nelle varie opposte poetiche, negli anni. Questo anche se si allarga la platea. Al tempo stesso, si deve poter ragionare anche a partire dalla capacità di ricezione che “essi” hanno del nostro “io” o “non-io”, ovvero di un testo letterario. Preferiscono quello più affine al cantautorato? Oggi rap? Per “mandato sociale” a loro affidato, come dice Mazzoni? Può darsi. Non è necessario cedere a quella forma, però perché va trovato un pubblico che possa fruire entrambi, la poesia e tutte le per-formatività testuali possibili. Un esto "musicato" (lasciatemi la licenza di essere generico) può aver grande consenso ed essere un buon testo oppure essere un testo più superficiale ma con grande appeal (le canzoni dei cantautori o dei rapper oscilla sempre e come scrive " "un testo di De Andrè, per fare lo stesso esempio di Giovanetti, nel contesto musicale appare splendido ma alla lettura silenziosa, dal punto di vista retorico, diventa una “ovvia schifezza”).
Non entro ora nella discussione tecnica sui testi, sullo slam, da dove è nata una recente polemica in rete sempre a partire da un editoriale di Fantuzzi, su cosa sia ecc. Matteo ha ragione nel dire che alla fine tutti noi che litighiamo dalla varie posizioni siamo più vicini di quel che sembra. Tutto quel che ho detto fino a ora, era per sostenere che anche le nostre discussioni devono per forza augurarsi una crescita di “lettori” rispetto allaplatea di leggenti (o ascoltanti) più consapevoli, altrimenti si rischia di ragionare fuori dalla realtà e pensare che tutti i nostri interlocutori-lettori ci somiglino, oppure al contrario cediamo le armi del testo e scriviamo “per piacere ai leggenti”. La discussione oscilla, come dicevo all’inizio, tra quella che chiamerò "estetica-post hegeliana" ovvero una discussione sul valore estetico "in sé" di un testo (ma la facciamo tra noi che abbiamo letto tutto) e una "estetica della ricezione" che considera il canone non stabilito dall'alto ma alla fine da come viene recepito "in basso". Qui bisogna essere cinici e realisti. Per fare un esempio, Di Ruscio e il Sereni de La visita in fabbrica, che sono distanti per molte cose, compresa la biografia, e spesso nelle discussioni tra “consapevoli” sono anche messi in opposizione, ecco, di fatto Sia Di Ruscio che Sereni li leggiamo solo noi, pochi addetti ai lavori, che ci accapigliamo, perchè gli operai vanno a sentire Fedez o Jovanotti. Allora ecco che il dato ritorna ad essere solo formale. (Almeno ripeto tra chi parla di poesia da posizioni di poetica differente, ma di simile "competenza") Tutto diverso è se vogliamo far entrare il dato del "pubblico" che cambia l'impostazione estetica della discussione. Ma pure quella è relativa. Con questo non voglio dire che se per il pubblico Jovanotti è un poeta, allora è poeta. Dico il contrario, ma avverto in cui contesta la forma lirica, la poesia tipografica, come un vaticinio a parlare in nome delle masse che – consumando il rap, aderiranno in massa alla poesia fatta negli slam poetry ecc. Credo di no, che succeda come succedeva a me con Parole Note, grandi numeri di spettatori, piccoli numeri di lettori. Ma certo tenendo conto pure che al pubblico sempre dobbiamo tornare. Ancora una volta, dobbiamo essere dunque mediatori, anche se il pubblico non ci vuole più.

6) Relativismo e consenso del pubblico: quale il rapporto? Siamo ancora schiavi della “casalinga di Voghera”?

La casalinga di Voghera oggi è al governo o ha 100 mila follower e se pubblica un libro vende più di tutti i poeti messi assieme. Se prima l’ossessione era “abbassarsi” verso un pubblico poco colto, oggi il bagaglio culturale non conta e in più siamo tutti sullo stesso piano di comunicazione (su facebook c’è l’autore raffinato e l’instapoet che fa schifezze banali da 100 mila like. . Che sia un bene o che sia un male? Non lo so, sinceramente, io ho una storia personale che mi fa esssere ambivalente – vengo da una famiglia di contadini del Lazio, inurbati a Roma negli anni 50, mio padre muratore, mia madre donna delle pulizie. Quinta elementare per entrambi. La casalinga di Voghera ai tempi di arbasino ra la sciura piccoloberghese, era più ricca di noi, quindi le cose sono molto cambiate e se io oggi posso sembrare “snob” a fare questi discorsi, è per un paradosso. Cito me stesso perché credo sia storia comune e di molti, figlio di un babyboom molto simile del passaggio dall’analfabetismo contadino dei miei nonni, alla laurea. Pur essendo io figlio dell’ascensore sociale, proprio per questo difendo la necessità di passare da un piano all’altro, ovvio, sono di sinistra nella carne, oserei dire. Ma pure sono per la consapevolezza che i vari piani di competenza, di coscienza, di profondità, sono differenti e costa fatica salire,se non con lo studio accademico, certo con uno studio e pratica personale, e per poter dire e avere competenza, bisogna salire, anche con l’ascensore...Tradotto per la poesia: non è che se sei al primo piano, con un diploma di scuola superiore e hai letto la Merini, o Evan, e poi scrivi versi e siccome hai follower o la tua storia o la tua persona piace, automaticamente ha realizzato un’opera poetica...Così, bisogna continuare ad esercitare il giudizio critico con tutto il bagaglio di sapere di cu anche noi ex-analfabeti ci siamo appropriati (il palazzo d’inverno della critica letteraria che abbiamo conquistato con lo studio). Se leggo da Genette a Mengaldo, Segre, Citati o altri, conquisto un piano di consapevolezza di gusto, di bagaglio anche tecnico che prescinde dai gusti e dalla poetiche. E lo esercito. E allora leggo un poeta debole, immaturo, privo di stile, ne faccio un giudizio negativo ed ecco subito...Castelporziano...o amici di Maria. Questo esercizio provoca la rivolta. Come ho cercato di spiegare , ho diviso tra i pochi che leggono con cognizione letteratura e i molti che leggono con più spontaneità, leggenti. Magari leggono Merini Neruda, se leggono poesia. Oppure si appassionano molto al contenuto di cose che vanno a capo con giocosa ironia (Catalano) modello standup comedian più che poesia. Lo stesso vale se il contenuto è sofferente – ho un giudizio severo anche sul posto che dovrebbe occupare la Merini, che ha fatto alla fine spettacolo della sua sofferenza, ricordiamolo, al Costanzo Show. Ebbene c'è un caso come quello di Vivinetto su cui ho espresso personalmente sul mio blog, molte riserve, sulla qualità della scrittura, non adatta neppure a esprimere la complessità della sua esperienza non facile e di tutto rispetto. Aveva urgenza del dire, l’ha detto, di fretta. Apriti cielo. Io credo in quel caso abbia vinto la poesia “sostanziale” ma come per Merini, è un danno che si fa alla poesia tutta. Ovvio che sono consapevole di essere in minoranza. Adesso ha vinto pure il Viareggio: ma resta un caso emblematico della duplicità critica in cui siamo schiacciati. In questo caso la ricezione è allargata, da parte del pubblico, dato che il suo poemetto tocca una materia toccante e sentita, nata dall’autobiografia (non diversa però in teoria da chi come dice Fantuzzi, fa poesia del "parlare della mia dieta"). Ma la poesia deve rimanere, se pur con l’occhio ai leggenti, un’attività che dice il suo senso dalla “forma” come da Baudelaire in poi è accaduto.
Su Vivinetto ci sono giudizi di critici e poeti positivi, che per me sono stati troppo generosi e spesso "ideologici" (è ovvio che la pubblichi Buffoni) ma ovvio ha ricevuto in questo caso consenso "di pubblico e di critica" come si dice. Avrei torto io, dunque, ci sono lettori competenti, ma resta per me un testo che pur partendo da una intuizione importante sulla trasformazione della soggettività nel corpo e interiore, lo fa con stilemi formali spesso acerbi e quasi dilettanteschi, altre volte no, ma in maggioranza si, rendendolo scostante e incerto. E’ materia di un romanzo, semmai, e non a caso la Rizzoli le ha fatto un contratto e passerà alla prosa. Il romanzo ha accettato editorialmente una sua “forma di medietà” linguistica e stilistica. La poesia resta l’unico terreno di sperimentazione, di lavoro sulla lingua e sul linguaggio, va mantenuto questo punto, mediato si col “pubblico”. Per questo penso che se visto da ciò che io penso sia poesia, complessivamente il suo libro, pur giudicandolo tenendo conto della possibilità di “dare voce” a una storia, a un “Io”, lo trovo limitato come libro di poesia, è il testo di una persona ancora non maturata sul piano poetico, ma con una grande urgenza del dire, proprio come i ragazzi che salirono sul palco di Castelporziano coi loro bisogni. Il bisogno di poesia però va coltivato, accresciuto, con studio e applicazione, e non è da confondere l’urgenza di dire “il bisogno in poesia”.
|

IOLI COPERTINARoberta Ioli, Il confine dell’isola, Faloppio (Co), Lietocolle, 2018

Lettura a cura di Paolo Senna

 

Il mito non come inesauribile raccolta di storie e carriere vitali ma come paradigma di esistenze possibili è il nucleo su cui si fonda Il confine dell’isola di Roberta Ioli. La tradizione è data, dunque, ma si rinnova, capace di una prolificità che inventa (nell’accezione, non secondaria, del “ritrovare”) e si rimodula secondo toni antichi e tuttavia modernissimi: il mito, in quest’ottica, stipula un patto saldo tra passato e presente, pone in essere, e quasi impone, la reciprocità tra quanto accaduto e quanto accade o può accadere; rifugge gli scarti di una archeologia fossile e diventa invece fertile strumento di conoscenza anzitutto verso se stessi e la propria storia, perché in esso siamo anche noi. Il confine dell’isola realizza tutto questo attraverso il passaggio sulla scena di cinque figure mitiche – Telemaco, Euriclea, Penelope, Odisseo, Calipso – che altro non sono che cinque maschere (o ancora: paradigmi) dell’essere umano, magari anche intesi come momenti o azioni differenti dell’anima e dell’io poetico: la speranza, la cura, l’attesa, l’inganno, l’incanto. Cinque figure e al contempo cinque metafore di vita o di passaggi necessari alla vita: perché è nell’esperienza dell’uomo attraversare lo stupore per la bellezza, la consapevolezza della caducità, l’apprensione dell’attesa, la paziente, amorevole attenzione verso un’altra vita che cresce e si forma.
Read more ...
VENTICINQUESIMO PREMIO LETTERARIO
CITTÀ DI BORGOMANERO
 

Ecco i finalisti

Ultimo Numero

ATELIER 94Gian Mario Villalta è nato a Visinale di Pasiano (PN) nel 1959, vive a Porcia. Ha pubblicato i libri di poesia: Altro che storie! (Campanotto, 1988), L’erba in tasca (Scheiwiller, 1992), Vose de Vose/ Voce di voci (Campanotto, 1995 e 2009), Vedere al buio (Sossella, 2007), Vanità della mente (Mondadori, 2011, Premio Viareggio). Numerosi gli studi e gli interventi critici su rivista e in volume, tra cui i saggi La costanza del vocativo. Lettura della “trilogia” di Andrea Zanzotto (Guerini e Associati, 1992), Il respiro e lo sguardo. Un racconto della poesia italiana contemporanea (Rizzoli, 2005). Ha curato i volumi: Andrea Zanzotto, Scritti sulla letteratura (Mondadori, 2001) e, con Stefano Dal Bianco, Andrea Zanzotto, Le Poesie e prose scelte (Mondadori, 1999). Del 2009 è il non-fiction Padroni a casa nostra (Mondadori). I suoi libri di narrativa: Un dolore riconoscente (Transeuropa, 2000), Tuo figlio (Mondadori, 2004), Vita della mia vita (Mondadori, 2006), Alla fine di un’infanzia felice (Mondadori, 2013), Satyricon 2.0 (Mondadori, 2014), Bestia da latte (SEM, 2018). È direttore artistico del festival Pordenonelegge.

International

Phronein

Newsletter


ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER

This website uses cookies to manage authentication, navigation, and other functions. By using our website, you agree that we can place these types of cookies on your device.

View e-Privacy Directive Documents

You have declined cookies. This decision can be reversed.

You have allowed cookies to be placed on your computer. This decision can be reversed.