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downloadLUCIA TRIOLO SU PIANTI PIANO DI ELIZA MACADAN


Pianti piano (“sommessi” come suggerisce Amedeo Anelli nella presentazione; quasi per “non far troppo male” aggiungo io) è il titolo che designa con delicata ma suggestiva espressività l’ultima recentissima raccolta di poesie di Eliza Macadan (Passigli, Settembre 2019). Una raccolta di poesie quasi tutte brevi, articolata in quattro momenti: Il nickel dell’attesa, L’ombra espulsa, Occhiospecchiom, Lettere di fretta.

Ultima raccolta, dicevo. Ma non solo nel senso temporale. Ultima soprattutto in un senso assai più intimo e profondo che ci si rivela imperioso quando sorprendiamo l’autrice ad avvertirci, in un contesto di drammatica e intensa memoria: “per te io non sono più/ che queste parole”- p.71-)
In quel “per te” possiamo incontrare noi, ciascuno di noi.
Ed è facile rendersene conto non appena ci si chieda a cosa attribuire quei “pianti” cui viene intitolato il testo. La risposta non si fa attendere:
“La tristezza è un campanello
Suona il risveglio della coscienza
...
La prossima estate mi vorrai ancora?
Nella piazza assolata
Tutto passa
Tutto finisce
Tutto muore
E anche l’amore” (p. 7)
E’ un dolore di fondo che apre il gioco ad incastro di queste poesie, un dolore, in molti sensi ultimo. che ambisce in qualche modo all’ultima parola appunto. E che si manifesta anche con il volto di una paura, la paura di essere lasciata sola: “la paura che tutti mi abbandonino” (p.15)
Ed ecco ancora il coinvolgimento del lettore: quanti di noi, nella denuncia/ammissione del dolore che quella paura si porta dentro!
Non si tratta però di un dolore sterile, infecondo, irredimibile. Tutt’altro. Quello della poesia di Macadan è uno sguardo che “vede” il dolore come l’avesse davanti a sé, senza lasciarsene soffocare. O travolgere. Nel risveglio della coscienza
“prendo il dolore
lo poso sulle mie ginocchia
lo accarezzo bisbiglio quasi gli parlo
gli dico che staremo bene
saremo pace
lo guardo negli occhi
...
e ricominciamo da capo” (p. 42)
Quadri di una vita sofferta, quelli che Macadan fa scivolare uno dopo l’altro sotto i nostri occhi: a tratti una vita dai colori fortemente drammatici (si veda ad. es. la lancinante confessione della poesia n. XI di “Lettere di fretta” a p.71), sempre una vita che per un verso cerca di capire e di capirsi nella contemporaneità, nel mondo delle app e dei desktop (p. 14), ma per altro verso proprio in questo tipo di mondo, ha coscienza di un sapere di sé in un tempo buio (p. 15).
Quanto possiamo veramente essere noi stessi se “non scegliamo che le bugie da dire” (p.8), se la nostra casa “è solo un albergo di puttane” in cui ci si ritrova come “una mendicante...espulsa dall’ordine...in attesa di salire le scale/ dopo di te” (p.27).
E il tema dell’attesa è anche il tema di un’aspettativa d’amore sempre irrisolta e sempre rinnovantesi:
“quelli che amo sono sparsi
per il mondo
tra paesini e metropoli
intorno a me questa domenica
mi soffoca con la bava
dell’attesa” (p. 41).
Da questa attesa al desiderio di abbracciare il tempo, di abbracciare l’altro, di abbracciare l’altro continente il passo è breve (“questo è un letto/poggiato su due continenti” -p.63- e ancora “dormiamo su due/continenti diversi”-p. 72-). Si tratta di una delle cifre salienti dei versi di Pianti piano. E così ancora una volta si crea quel palcoscenico di riferimento in cui ciascuno può facilmente ritrovarsi: l’emozione di un sapersi solo (“impara/impara il valore della solitudine” p. 81), di un guardarsi che si apre, si slancia verso l’altro
“...guardo
e mi guardo mentre guardo
ed è così che
ti aspetto” (p. 51)
Uno sguardo disincantato dunque, con numerosi e improvvisi accenti finemente ironici (“...sono di più i ceci/ che ti mangi ad ogni pasto/dei nostri anni insieme” -p. 19-, “oggi i preti sono allegri/nel palmo mi pulsano i punti cardinali” -p.47-, per non indicarne che alcuni). Ma soprattutto uno sguardo che costituisce attraversamento di un tempo che diviene anche luogo: di volta in volta Venezia, Bucarest, Parigi, Oxford, l’eden (p. 57) il “collegio dei gesuiti” (p. 72). O anche “il tuo capezzale”:
“ora tutte le madri le sorelle
che ti mancavano lì
passano in fila al tuo capezzale
per rimettere a posto
pezzi della tua anima” ( p.72)
e dove si staglia, e a tratti diviene presenza invocata, Dio (cfr. ad es. le poesie di “Occhiospecchio” a p. 35 e 47, poi anche la poesia I di “Lettere di fretta” p. 61 “all’infinito” p. 69, e ancora “ho sbagliato tutto” p. 71...).
Pur senza voler ridurre la complessità delle situazioni emotive che questo bel testo di Eliza Macadan ci offre, direi che in Pianti piano, è il timbro dell’inafferrabilità ciò che caratterizza il dolore da cui si sprigiona il pianto. Inafferrabilità del rapporto umano (anche d’amore: cfr. facevano lunghe passeggiate serali p.65, o non piangere p. 67), dell’abitare tempi e luoghi, di un abitare se stessi che conosce “solo l’indicativo presente” (p.80) mentre è incessantemente sbattuto tra il passato e il futuro:
“non piangere
lo sapevamo prima di arrivare
come si sta in questa vita
appena conosciuti ci si lascia
appena imparato a vivere
si riparte
non piangere
siamo stati fortunati
abbiamo guardato da vicino
nelle nostre anime
quell’infinito dove
sapremo riconoscerci
non piangere
proseguiamo il nostro volo
qui gli antichi si prendono ancora gioco
di noi sai che non so sai che non sai niente
non piangere
anche le dee fanno le guerre
indecise solo tra uccidere o amare” (p. 67)

Lucia Triolo

ELIZA MACADAN
PIANTI PIANO
Passigli Editore, Firenze 2019
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72886969 2462520933831756 5096891690787012608 nLa forma dell'anima altrui - Poesie in omaggio a Seamus Heaney
a cura di
Maria Grazia Calandrone e Marco Sonzogni

introduzioni di
Irene De Angelis e Elena Cotta Ramusino

*

Nell’anima altrui
La nostra mente, nell’avventurarsi dentro la forma dell’anima altrui — o comune — che chiamiamo “poesia”, ha bisogno di oggetti sui quale poggiare, mancorrenti che la sostengano mentre cammina nei territori nebulosi di una vita che forse non le appartiene e che è diventata forma e stile. Antologie come questa suggeriscono di ragionare proprio sulla nostra appartenenza alla vita degli altri, specialmente se il mezzo col quale la vita degli altri ci viene raccontata è, appunto, la poesia. Come i versi di Seamus Heaney coi quali è stato chiesto di dialogare, le poesie antologizzate riferiscono quasi sempre frammenti di vita quotidiana, fatti minimi, gettano luce su interni di abitazioni quasi sempre borghesi. Sono, insomma, istantanee di vite “normali”. Eppure, ritenute degne di venire tramandate attraverso la poesia. Questo accade perché i sentimenti, la memoria e le immagini che donne e uomini portano in sé sono sempre le stesse. E la poesia offre la possibilità di identificarsi nella memoria dell’altro. Chiunque legge può riconoscere la propria in una delle figure materne qui raccolte, tratteggiate, evidenziate, cantate, rimproverate, nominate, ringraziate, consolate. Le donne riunite nelle pagine di questa antologia sono un riassunto in versi delle maternità possibili: da quelle chiuse a quelle amorosissime, da quelle così avvolte dalla tradizione che sembra di averle già incontrate, almeno nelle pagine di un libro, a quelle invece del tutto prive di amore, a quelle raccontate attraverso una memoria nella quale neanche fanno la fatica di comparire direttamente, perché di loro basta il riverberare. Le scene sono raramente drammatiche, raramente traslate, metafori­che, più spesso si svolgono in cucina e l’inguaribile profondità della relazione viene narrata, sul calco di Heaney, attraverso il racconto di una materia alimentare manipolata, spesso insieme: in quasi tutte le poesie, chi scrive compie gesti insieme alla figura descritta, come nei sogni dove vediamo noi stessi da un punto fuori di noi che, in questo caso, si chiama “poesia”. La poesia, come i sogni, ci porta infatti spesso fuori di noi. Il risultato è che nessuna di queste donne e di queste memorie abita confini privati: sono di tutti, sono gente di famiglia. Questo può avvenire anche perché i poeti hanno intonato la propria voce a un suono elementare, a un parlare comune. Ma certo non si sono piegati a una necessità esteriore, è piuttosto accaduto che, come sempre accade davanti al vero, abbiano avuto urgenza di comunicare, di raccontare ad altri la scoperta. Le parole per dire le cose radicali sono sempre chiare. La necessità di comunicazione rivela infatti che il poeta non sente di dover esibire la propria perizia, né aggiungere rovelli immaginativi alla realtà, né ricercare altro che il già esposto. La sua scena interiore gli basta. Per una volta, la realtà gli basta, perché è colma di senso, ne trabocca. L’evento è dato e le parole hanno funzione di referto. L’evento nasce carico di senso, già di per sé memorabile, basta raccontarlo. E il racconto di ognuna di queste donne ci riguarda alla prima persona. Così si riconosce la poesia: se trafigge, se non lascia uguali, se l’immagine che contiene diventa un ricordo, indimenticabile, di chi legge. Insomma, se la vita dell’altro, quel pelare patate nella mattina domenicale o quel ridere, segreto o aperto, nella luce, apparterrà — da adesso — alla nostra vita.
Maria Grazia Calandrone

Notizia

Seamus Heaney (1939-2013) — poeta, traduttore, critico, docente — è uno degli autori più letti, studiati e tradotti del nostro tempo. Nel 1995 ha ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura in virtù della “bellezza lirica” e della “profondità etica” della sua opera. Con la nostra lingua e la nostra letteratura Heaney ha avuto un’affinità particolare: oltre a Dante e Pascoli, entrati nella sua poetica attraverso l'esperienza di lettura più intensa: la traduzione, anche Leopardi, Montale, Levi, Calvino.

L’abbraccio

per Seamus Heaney

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell'unica torcia paleozoica.

A oltre venticinque anni dalla sua pubblicazione (Esercizi di tiptologia, Mondadori 1992), ricordo bene che questo testo nacque con un aggancio diretto a Seamus Heaney. Dietro l’evidente allusione dantesca del finale, agisce infatti un termine inconfondibilmente tipico del poeta irlandese e del suo paesaggio. Mi riferisco al sostantivo “torbe”. Il fatto, poi, che Heaney si sia confrontato con la traduzione della Commedia, non può che rafforzare un legame lontano ma tenace. Ecco ad esempio Terra di palude, a illustrare il sostrato geologico della sua isola: «La terra stessa è burro nero morbido / che si apre e si scioglie sotto il piede: / Da milioni di anni le manca / l’ultima definizione». Ecco La regina della palude, che canta il ritrovamento di una mummia: «Ed io risorsi dal buio, / con le ossa spezzate, il cranio / come ceramica, le cuciture sfilacciate, / e ciocche, piccoli barlumi sulla riva». Ed ecco infine L’uomo di Grauballe, ennesimo reperto estratto dalle viscere dei campi, fratello, forse, di quell’Uomo di Pofi (sottotitolo di Geologia di un padre, Einaudi 2015), al quale ho dedicato un intero libro: «Come se fosse stato versato / nel catrame, giace / su un guanciale di torba / E sembra piangere / il fiume nero di se stesso».

Valerio Magrelli

I poeti presenti: Nadia Agustoni, Antonella Anedda, Daniela Attanasio, Carlo Bordini, Maria Borio, Silvia Bre, Franco Buffoni, Sonia Caporossi, Tiziana Cera Rosco, Caterina Lazzarini, Maurizio Cucchi, Andrea de Alberti, Alessandro Fo, Biancamaria Frabotta, Massimo Gezzi, Mariangela Gualteri, Giovanna Iorio, Mia Lecomte, Vittorio Lingiardi, Valerio Magrelli, Andrea Breda Minello, Renata Morresi, Claudio Pasi, Laura Pugno, Elisabetta Sancino, Francesco Scaramozzino, Myra Jara Toledo, Sara Ventroni.
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9788868814328 325x500Nel suo nome: intervista a Victor Attilio Campagna (a cura di Eleonora Rimolo)

1. Nominare le cose: quanto è importante per te? Dare un nome alle cose aiuta a coglierne l’essenza?

Dare nome alle cose è un modo per fare sì che esse non ci sfuggano. Tante volte ho pensato a come sia curioso che noi passiamo il tempo a denominare cose che sono davanti a noi, che stanno lì con la loro essenza di oggetto, impassibili, incoscienti dei nomi diamo loro; sono e restano esseri a prescindere da noi, ma il dirle è come se ci desse l’illusione di averne un controllo (a dirla tutta precario). Il problema del nominare sorge quando siamo noi a creare essenze: lì il nome diventa qualcosa di complesso, soprattutto nell’epoca della tecnica. Tanti ne hanno scritto, ma non mi ci addentro: è un tema complesso, quello della tecnica in sé; piuttosto mi interessa la tecnica in poesia, come rappresentarla. La grossa sfida nel percorso che mi sto costruendo è riuscire a dire con la lingua poetica l’età della tecnologia. È una sfida anche perché la poesia viene considerata da moltissimi un genere rinchiuso in una torre eburnea, lontano dal reale, incluso in uno spazio-tempo arcaico. Un altro aspetto è questo: i poeti si muovono su nomi assoluti secondo Baricco, ossia la parola che scelgono è giusta, corretta, imprescindibile, è la parola perfetta. A mio modesto parere sbaglia: credo invece che la poesia per il poeta sia un errore, ossia un vagare, una ricerca costante; penso a questo proposito a Camillo Sbarbaro, che riconobbe come unico libro poetico di valore Pianissimo: ci lavorò incessantemente, fino all’ultima edizione del 1960. Era l’unico testo per cui volesse essere ricordato e per questo lo rimaneggiava di continuo: avesse vissuto qualche anno in più l’avrebbe modificato ancora e ancora. È un esempio estremo, ma credo che ogni libro poetico, nel suo nominare, non raccolga mai l’essenza in chi scrive: la raccoglie solo chi legge. Il lettore ha quindi un compito importante: correggere questo errore che è la poesia.

2. Dio si può nominare?

Dio non è un nome, non può essere nominato: Dio è un suono. Nella religione Ebraica questo aspetto è molto significativo: Dio è un suono di per sé indicibile, anche a livello prosodico; è un nome scrivibile ma non pronunciabile. Penso a Lilith, che fu condannata alla dannazione eterna perché osò nominare tutti i 70 nomi di Dio. Diciamo che su questo punto la religione greco-latina appare un po’ più superficiale. Gli dei “falsi e bugiardi”, come li definivano i cristiani, erano vilipesi costantemente perché ritenuti troppo umanizzati. Ci sono numerosi libri che possono illuminare sulla condizione dell’essere dio secondo gli antichi (penso a Detienne, Calame, Otto, per citarne alcuni). Ma un libro in particolare mi ha colpito, scritto a quattro mani da Kerényi e Jung: Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia. In questo libro i due autori analizzano la formazione del mito in diverse culture e notano che il Kyros e la Kore, il Fanciullo e la Fanciulla, figure semi divine gettate nel mondo, sono protagonisti costanti nelle mitologie di varie latitudini del mondo di allora: è un tema molto affascinante, uno studio che permette di comprendere come la mitologia permei la natura delle nostri origini. Non entro nel dettaglio, però credo che la differenza fondamentale tra la religione cattolica e il paganesimo stia nell’incontro con Dio. Non tanto nei nomi quindi, ma nel modo in cui si palesa. Il Dio cattolico è composto da una sorta di psyche, da intendersi come aria, ventata, una figura incoerente con la corporeità, assoluta e impossibile allo stesso tempo; il Dio pagano invece è un Dio che scende in terra, ha una fisicità preponderante, spesso è un fanciullo, come il Dioniso delle Baccanti, e la sua venuta non richiama osanna, ma disgrazia e distruzione, infatti, il pagano con i sacrifici voleva tenere il Dio lontano. Quindi in sintesi Dio non si può nominare: è un suono, un aspetto, un’identità... è la rappresentazione di qualcosa che l’uomo non riesce a dire, per tornare al Dio come suono. Oppure una luce, un’illuminazione, penso al significato primario di Diƒos, ossia luce. La connessione con la poesia è forte, perché anche la poesia soffre di questa innominabilità. La poesia non è semplicemente andare a capo, si sa, ma se ci si chiede che cosa sia, in fondo, succede che ci si ritrova come nella definizione di Sant’Agostino sul tempo: io so che cosa è il tempo, ma quando me lo chiedono non so spiegarlo. In questo senso credo non sia un caso che il poeta fosse considerato un essere sacro, vicino agli dei: condivide col dio l’innominabilità.

3. Esattezza o indeterminatezza: da che parte sta la tua poesia?

La mia poesia è in assoluto indeterminata. Perché, banalmente, non ha un termine: per riprendere quanto detto prima, la poesia è per me un percorso individuale e collettivo, dato che faccio leggere i miei testi, mi confronto su di essi e con essi. Quindi Nel suo nome è un libro che prima di tutto vuole essere un percorso verso un’identità. Tant’è che il Nome non viene mai pronunciato, viene usato un semplice dio, con la d minuscola, perché ancora non ha un’identità, una reità: non è nominabile, appunto. Il mio primo libro è una premessa a un nome che verrà e, per quanto sia centrale la figura del dio, in realtà è ancor più determinante la figura dell’uomo e della sua quotidianità: l’unica parte di esattezza forse sta nei luoghi, nei volti, nella coerenza del testo, che non vuole essere in nulla lirico, ma cerca di essere il più possibile poematico. La finalità è raccontare la storia di quest’uomo che guarda il mondo, con una sorta di registratore visivo e costruisce, fissa immagini, le distorce per i bias che caratterizzano la nostra mente e a un certo punto incrocia dio, pensa che tutto sia finito, che sia la catastrofe.

4. Qual è il modello che ha influito di più sulla composizione del tuo ultimo libro?

Penso ci siano tanti modelli: le letture che ho fatto sono tante e insufficienti al contempo. Tutte necessarie, tutte formative. Montale credo che sia da riconoscere come asse fondante della nostra contemporaneità, è imprescindibile. Altri poeti per me fondamentali sono sicuramente Pasolini, Zanzotto, Bonnefoy, Sereni, Caproni, Cattaneo... Ma su tutti credo che i modelli principi cui ho teso sono Eliot per la sua capacità di reinterpretare in maniera geniale il poema, e Paul Celan, per la sua capacità di dire l’indicibile con un’eleganza e una determinatezza impressionanti. È incredibile come Celan riesca, senza dire nulla di particolarmente significativo all’apparenza, a farti lo stesso sentire qualcosa di potente, di grande, di maestoso in quelle poche parole.

5. Qual è il senso della scrittura poetica per te – e per la tua generazione?

Parlo prima di tutto per me. La scrittura, l’ho già detto, è un errore, quindi un costante lavorìo, necessario a costruire un testo. Ma soprattutto ci dev’essere una continuità, una sorta di legame che unisce i diversi componimenti. La mia non vuole essere una raccolta, ma un libro, un’opera. Credo che questo punto sia fondamentale: l’unità concettuale dei libri di poesia si è persa nel pubblico, un po’ per via dell’insegnamento antologico che si fa a scuola, un po’ perché molti pensano che i libri di poesia siano delle raccolte, appunto, delle collettanee di testi slegati tra loro. Questo aspetto penso sia fondamentale da smentire: i libri di poesia vanno letti dall’inizio alla fine, come succede per un romanzo (fatto salvo Rayuela di Cortàzar).
Un altro punto importante è quello dell’autobiografia in poesia. Ecco, io nelle poesie che scrivo cerco di fare in modo che i miei ricordi, le mie esperienze, appartengano a qualcun altro e in lui vengano quasi totalmente distorti, reinterpretati, rivisti. È un modo per vedere il mondo da un altro punto di vista, ma soprattutto è un modo per cercare di essere votati a un lettore, a qualcuno che possa guardare coi miei occhi qualcosa. Per questo evito di parlare propriamente di me: nel mio libro non compaio, non ci sono. Una volta che le parole si imprimono sulla tastiera del mio PC smettono di essere miei pensieri: è come se si trasferissero a qualcun altro, che si impossessa di essi e dà loro chiarezza. Ci tengo a sottolinearlo, perché spesso si pensa alla poesia come a una sorta di intima confessione, quando invece questo è solo un aspetto tra i tanti di una materia complessa quale è la poesia. Tant’è che vedo, purtroppo o per fortuna, circolare tanti testi che, in realtà, non solo altro che pensieri messi in forma di versi. E credo che quando si commentano questi testi negativamente, nasca nello scritto un’offesa non per permalosità, ma perché ci si senti defraudati della propria emotività. E non fa piacere a nessuno che succeda.
Per la mia generazione non mi sento di parlare: credo ci siano tante voci belle, interessanti, piacevoli, e che la poesia sia più fervente che mai. Devo dire che di questo ne sono felice. Infatti, ritengo che non sia morta la poesia, come spesso si sente dire. Il problema è che è morto il suo pubblico. Per cui l’unica cosa che mi sento di dire è un invito: dovremmo, noi che facciamo poesia, darci senso, nella letteralità del termine. Dobbiamo cercare di essere sentiti da chi ci legge, è necessario. Bisogna ricostruire un’alleanza col lettore, che abbiamo perso per tante ragioni, su tutte il modo che la scuola ha di insegnare la poesia – non penso che sia un caso che si studi poesia sin dalle elementari e che i pochi lettori forti sopravvissuti smettano quasi tutti di botto di leggere poesia, fatto salvo qualche disgraziato tipo noi due, che le scriviamo pure per giunta.
Esiste un forte problema col pubblico. Sarebbe utile risolverlo. A poco a poco, ma almeno provarci.


***

Sono questi anni a balenarmi in fronte,
aspettative: essere, non essere,
fare non fare. Sono queste note di vita
che mi spettano, ritratti immensi
di una scorta indecente.
L’infinito non è altro che un gioco al massacro,
dove vincono le forze del suono,
appena appena frazionate e disposte
su un bancone di frutti e ferraglia.
No, non c’è più vita tra questi vermi incoerenti.
Pensa a quel barbone: guardava
di fronte a sé il vuoto, le mani poggiate
sulle ginocchia, e stupiva la morte
che gli stava accanto e gli indicava un parco giochi.
Quell’uomo sorrideva.
Cosa sono queste malelingue?
Chiedeva un chirurgo. Io non lo so. Forse loro, ma chissà.
-spallucce-
Esistono poi le malelingue? Chi siamo?
Guardate, rotolano carta igienica,
bracciali, corde! Il baccanale è finito,
è finito, ve l’ho appena detto, è finito.
Chi sei tu? Io sono il Messiah.
E Dio? Dio mi ha rigenerato.
O cazzo. Già.


Nota biografica

Victor Attilio Campagna (22.06.1989). Consegue la maturità presso il Liceo Classico A. Manzoni di Milano. Ad ora è laureando in Medicina e Chirurgia nell’Università degli Studi di Milano.
Vince il primo premio al concorso regionale Marina Incerti nel 2008; nel 2015 rientra nella terna dei finalisti nella sezione Opere Inedite del premio Cetonaverde con la raccolta “Nel suo nome”. Con quest’ultima opera esordisce nel 2019 con la casa editrice Ensemble. Suoi testi sono stati pubblicati su La Repubblica - Milano, Inverso, Atelier, Poetarumsilva e Yawp.
Collabora come redattore nella rivista “La Tigre di Carta”, dove gestisce e cura la sezione Poesia del volume cartaceo e del relativo sito, nonché la rubrica “Lo Spiantato”.
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SOKOLOV COPERT ROMANZOPalissandreide di Saša Sokolov (Atmosphere libri, 2019) 
Traduzione  a cura di Mario Caramitti



Il tracollo del tempo, la patria come caos:
Lettura a cura di Paola Ferretti



Un autore russo tra i più apprezzati in patria e in Occidente – dove tuttora risiede, dopo essere emigrato nel 1975 - arriva in traduzione in Italia con un romanzo “fantastorico” che, dato alle stampe nel 1985, si legge oggi come un classico del postmodernismo: Palisandrija. Di Saša Sokolov, classe 1943, era già stato tradotto in anni recenti La scuola degli sciocchi, un'opera che risale all'anno dell'emigrazione. Se in quel primo romanzo non si aveva un vero intreccio, ma “un reticolato di intrecci convergenti e divergenti” - come scrive in altra sede Mario Caramitti, traduttore e curatore del volume uscito nel marzo 2019 presso l'editore romano Atmosphere Libri - qui le storie si sfilacciano in infilate di vignette, sovraffollate di un ingorgo di personaggi-fantocci tra cui spiccano per rilievo e colore i protagonisti della politica sovietica, dalla Rivoluzione fino ai primi anni '80 del secolo scorso.

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62209968 362377237815862 2440736133705891840 nNel teatro del mondo

“la vita che non chiesi ma divenne / consegno ora al destino che mi spetta” (p. 38).
È un particolare teatro del mondo quello che rintracciamo in Dire di Fabio Michieli (L’arcolaio editore, Forlimpopoli 2019), dove non si stagliano in primo piano luoghi, volti e vicende ma tutto questo deve essere ricercato ed intravisto dietro un sipario o un velo che lo oscura. No, non c’è la volontà di ricercare l’“oscuro” o magari di farsene schermo: questo è il reale, uno spazio esistenziale con una venatura metafisica, di una metafisica laica intendo. La vita prosegue per suo conto un cammino inesorabile e quasi completamente autonomo: il nostro è un destino al quale possiamo consegnarci ma non mutare.
Qualcosa si rivela per speculum enigmate. Sono tratti, lacerti che non si lasciano facilmente interpretare. Certo, avvertiamo qualcosa di doloroso, di sangue, magari di sacrificio. I toni sono, però, esatti e calibrati, privi di ogni turgore. No, non è certamente quella di Fabio Michieli una scrittura minimale: l’eleganza assoluta del verso rimanda a tradizioni classiche, sia greco-romane che provenzali “fu quando svelsi al ramo l’acre rosa: / mi punsi e tinsi del mio stesso sangue / quella mano: tinsi nuovo anche il volto –” (p. 26).
Presenti anche influssi contemporanei, magari non italiani, ma lo stile rimane assolutamente personale. Un verso cesellato che si gusta soprattutto se recitato a voce alta: solo in questo modo si percepisce la nobiltà del dettato.
No, non vicende dicevamo, ma istanti e percezioni. Quale idea del sacrificio o altro c’è dietro questi versi? Difficile capirlo, eppure ne avvertiamo l’intensità “al suolo avidi i petali raccolsero / del mio sangue l’orgoglio violato” (p. 26).
Parlavo di versi perfettamente cesellati, di un nitore che non nasconde il dramma o il patos: questo l’esempio più perfetto: “tingerò d’amaranto questi versi / perché tu possa scorgerli lontani / quando la luce imbruna il cielo a sera” (p. 33).
Euridice ed Orfeo, di cui hanno parlato nelle prefazioni Gianfranco Fabbri e Augusto De Molo, sono sicuramente personaggi centrali: ma no, non personaggi, figure emblematiche quasi disincarnate, ma investite di una forte carica drammatica e vitale. Non so se il narratore possa configurarsi in Euridice, se quest’ultima possa rappresentare: “la parte umana ormai immersa nell’eterno di più verità” come sostiene Gianfranco Fabbri nella prefazione di questa nuova edizione di Dire mentre la postfazione di Augusto De Molo risale alla prima edizione del 2008. Quel che emerge, in modo incontrovertibile, è la fiducia nel canto, nella eternità del canto, così come così cara a tutta una tradizione romantica e che da noi ha avuto in Ugo Foscolo il suo rappresentante più alto: “sì, voltati a guardarmi! Io ti supplico: // spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto! / annientami, dissolvimi – esaudiscimi, annullami” (p. 43).
Naturalmente questa fiducia nella forza eterna della poesia di Fabio Michieli non vive in un Ottocento ancora sicuro dei propri valori, ancora ricco di certezze com’era per Foscolo, ma dentro un “teatro del mondo” molto più inquieto ed insicuro: e il poeta contemporaneo dovrà usare un altro tono e perfino altre parole per esaltare la capacità della poesia d’immortalare figure e vicende. Il discorso vale ancora di più per la capacità stessa della parola di dare un senso alla vita.
È molto più importante una Euridice mitizzata, figura che attraversa i secoli, d’una Euridice domestica ricondotta dall’oscurità dell’Ade alla tranquillità della sua casa, alla tranquillità di una serena e modesta vita coniugale.
Non sempre c’è questa sicurezza nei confronti della poesia; sì, è vero che la poesia è la nostra voce, ma il dubbio dell’inconsistenza permane. Il tempo che attraversiamo è un tempo brechtiano, le nuvole all’orizzonte sono ben più di nuvole e l’inconsistenza sembra dominare: “ma non son nuvole quelle che passano! // l’inconsistenza spesso ci attanaglia / di chi coi versi ingaggia la battaglia” (p. 82).

La poesia di Michieli non ha quasi mai un’impronta civile, ma ho detto quasi mai. Il dramma dei morti in mare trapela in questi versi (p. 53):

(squallidi coralli dispersi in mare
aperto come fossero le ceneri
di un qualche morto in più da aggiungere a una lista
che trova solo livida pietà)


Ancora più forte lo sgomento che domina in Quod genus hoc hominum? (Aen. i 538) (p. 80):

voi dite che sia giusto abbandonarli
lasciare al largo quei legni dal nulla
venuti per pietà nulla a perire –
suona e insiste quest’ora di rapaci
di voli a picco su vittime inermi


Prima ho parlato di luoghi, della loro assenza: non è del tutto vero: Parigi, Barcellona, Firenze sono però luoghi di avvenimenti, entrano come momenti del vivere e del sentire. Altro tema importante di Dire il dialogo col padre che non c’è più. Questa zona del libro ha un risalto particolare e si staglia con una luce e un tono diverso dal resto. Qui tutto viene avvertito dal lettore con immediatezza, qui non ci si muove più dietro un velame scuro (p. 68):

non sono stato ciò che ti aspettavi:
quel figlio, quel bastone che reggesse
il tuo corpo oltre il passo dell’età –
ma non fu per mancanza mia...
la vita!
fu lei a lasciarti prima del tuo tempo –


Luce ed ombra, vita e morte, si rincorrono ed incontrano continuamente in queste pagine sempre raccontate con una forma limpida e scandita, mai però facile o carezzevole. I versi cesellati di cui parlo non sono un orpello, non nascondono il dramma ed il dolore, ma li inquadrano dentro una cornice che li difende da ogni facile effetto pietistico o declamatorio.

E chiudo con questi versi dove la vittoria sul nero, più nero dell’inchiostro che occupa tanta parte della nostra vita, è netta per quanto fragile ed insicura: “ma la luce che filtra dalla grana / dice a me – nel silenzio – tutto il bello” (p. 55).

Umberto Piersanti
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Recensione Orfeo in Fonte Santa , poesia
Autore: Roberto Mosi

Edizione: Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2019

In copertina: Mascherone di Ottaviano Giovannoni nella Grotta di Adamo ed Eva del Giardino di Boboli, Firenze. Fotografie dell’autore: all’interno del libro sono dedicate al tema “Autunno in Fonte Santa”, l’ultima “Il Rifugio in Fonte Santa” - pp. 66

prezzo: € 12,00 – Libreria Salvemini, piazza Salvemini 18, Fi. T. 055 246 6302

Recensione a cura di Luciano Nanni, dal portale www.literary.it, 28.06.19

“Poesia. Il tema della fonte non è l’unico, infatti va considerata anche la metamorfosi in un contesto di classicità mitologica che tuttavia poi se ne discosta: questo è un dato che va oltre il fatto puramente locale, inteso nel senso di luogo ben definito, per assumere un valore più ampio e quindi integrare la poesia nel suo sviluppo creativo con elementi che diventano Storia, quali ad esempio un episodio di lotta partigiana come nel XII componimento.
Se l’esistenza, quale si riporta, è un canto ininterrotto, dovremmo applicarlo alla poesia, che si snoda spesso con una limpidezza di dettato e un’eleganza che sembra recuperare antiche forme. A volte, è necessario dirlo, incontriamo versi deliziosi, ma non ingannevoli, poiché comunque la organicità testuale e il suo evolversi secondo alcuni modelli, non prevarica certo la sostanza, presente anche nell’oggi e in diversi momenti riferendosi a una realtà non eludibile; si è indotti a verificare la sensucht, che non appare quel sottile struggimento tipico della mentalità tedesca, quanto piuttosto una enunciazione dove il sentimento trova vasta parte e nel suo significato migliore: sentimento del tempo e delle cose, che l’idea del mito, più che il mito stesso, vorrebbe rendere fisso, benché il procedere cronologico degli eventi finisca per proporre nuove dimensioni, del pensiero e dell’immaginario.
Incorporare quindi versi altrui (ad esempio di Rilke) non è una operazione intellettualistica, piuttosto un collegarsi al principio generatore per trarne, pur nella società attuale, delle regole deputate a trasformare il flusso della scrittura – e del linguaggio – e ricondurlo per l’appunto a una fonte originaria. Dunque i luoghi e le citazioni storiche o colte non fanno che arricchire la trama di una poetica ineccepibile sotto i due aspetti di invenzione e coscienza conoscitiva. Ma tornare alla fonte, in questo caso presso San Donato in Collina, acquista un valore aggiunto. “Dite mo’, se sia più pura l’acqua che scaturisce dalla viva fonte” (Eginaldo).
II.
Il canto mi prende, mi porta
a cantare lo scorrere del tempo
nel bosco sacro di Fonte Santa,
accordo la mia voce al suono
delle acque, al respiro del vento,
al vibrare delle foglie, guidato
dalla musica del flauto d’oro.
.
Brilla il vortice del silenzio,
alberi, pietre incantate, braccia
di luce scivolano per i rami,
riflettono nello specchio della fonte
figure, miti colorati.

.

L’inganno si congiunge
alla conoscenza, appaiono
immagini sconosciute:
la fonte non sa di contemplare
sé stessa e il riflesso di un dio.
|

ImmagineStefano Taccone

SOGNILOQUI ovvero il racconto come folgorazione critica

Sogniloqui. Ovvero un intreccio di sogni ed eloquio, un rincorrersi di immagini e parole che vanno a depositarsi sulla pagina bianca costruendo dei microracconti, delle folgorazioni visivo-letterarie che restano lontani dal canone del racconto inteso come forma ridotta, breve narrazione di una storia strutturata, restando più vicini a degli schizzi narrativi a metà strada tra il surreale e il grottesco, l’ironico e l’assurdo. L’autore usa la dimensione del sogno come pre-testo, come base di partenza sulla quale poi far levitare la sua piccola emblematica storia.
I testi di Taccone sono curiosi nel senso che hanno una loro specifica natura intrigante che stimola la curiosità del lettore e ci presentano un modo curioso, ovvero inatteso di leggere le cose che tuttavia ha la capacità di rimbalzarci all’interno della realtà quotidiana, come se i salti logici, gli imprevisti visionari, le soluzioni apparentemente assurde possano proprio per questo indicare una forma diversa di lettura della realtà.
Una sorta di iper-realismo che coglie momenti, pensieri, immagini della vita di tutti i giorni trasferiti in brevi testi che, proprio per la loro specifica natura immediata, aprono per il lettore riflessioni più ampie su temi esistenziali, ossessioni, manie, problemi della nostra contemporaneità. Molto significativi in tale senso i racconti Tagliatelle millimetrate oppure Girella Cumana dove comportamenti e situazioni apparentemente irrazionali nascondono domande esistenziali che possono riguardare tutti noi. Tra l’altro questi due racconti cha aprono il libro contengono un po’ tutta la “poetica” dell’autore.
Ma il presente è evocato anche sul piano morale, persino “politico” visto che alcuni racconti hanno la forma più o meno consapevole dell’apologo, del racconto immaginario tuttavia calato sul presente storico-politico che stiamo attraversando. Infine, le ambientazioni: molti racconti si svolgono nella sua città, Napoli, che tuttavia resta sullo sfondo, altre volte è il “punto di vista” della stanza dell’autore, altre ancora è la strada, il giardino... Non è la descrizione narrativa che interessa Taccone: è la rapidità dello sguardo, la pennellate improvvisa, abbozzata. E’ come se il “non-detto” fosse sempre più importante del “detto” per lasciare al lettore ampi margini di “partecipazione”.
Stefano Taccone di professione è critico e storico dell’arte, specie dell’arte contemporanea e in questi piccoli testi ritroviamo probabilmente l’influsso della sua formazione, della sua forma mentis (non certo, immaginiamo della sua scrittura) I racconti di Sogniloqui sono come delle rapaci installazioni di parole, talvolta ingenue, altre volte taglienti, altre ancora dal tono pacatamente filosofico... sempre sostenute dall’intento di sollecitare e attirare lo sguardo del lettore, per un attimo, su un dettaglio che magari presto scompare, come in un sogno, appunto.
Ci sono racconti che hanno accenti in stile “pop-art” (si pensi a Calcetto disneyano) altri invece centrano la loro attenzione sulla “denuncia” dei rischi della contemporaneità. È il caso di “Rete negli occhi” in cui il protagonista finisce per essere trasformato in un essere esclusivamente “visivo” a forza di vivere immerso nella rete. Oppure si pensi a Irruzione afro-italiana dove i protagonisti (una coppia di persone “occidentali, bianche” a forza di sentirsi diversi, divergenti, anomali finiscono per generare due bambini di colore. In Food Pool viene presa in giro la mania contemporanea delle diete e la perdita di attenzione per le vere domande esistenziali. Si prenda poi il tono critico filosofico di quadretti come Cuoricino nero in cui Taccone critica appunto forme di “politicamente corretto” che rischiano di ottenere l’effetto contrario a quello voluto oppure Indios in giardino dove si apre una speranza per un mondo fatto anche di accoglienza e tolleranza.
Ingenuità e stupore, inquietudini e soprese sono i caratteri dello stile e il tenore emotivo dei testi. Non si cerchi in questo libro una forma narrativa strutturata: Taccone fa della scrittura “amorfa”, crea una sorta di meta-forma che gli permette di acquisire uno “stile” riconoscibile. Il linguaggio è sempre semplice, diretto, talvolta letterariamente ingenuo, cosa che contrasta con le intenzioni narrative, ma che rende il tutto leggero, aeriforme.
Ogni autore normalmente ha dei riferimenti culturali, scritturali: Taccone è perfettamente figlio di una generazione che ha assorbito letture importanti che restano sullo sfondo, che vengono proiettate sul fondale dei micro racconti come immagini fugaci, citazioni talvolta implicite, topoi letterari obbligati. Ed ecco apparire talvolta con sguardo sornione, altre volte con occhi ironici, magari con l’aria di chi se la ride, figure come Kafka, Buzzati, Calvino, Benni, persino Stephen King... insomma non sappiamo se davvero questi autori siano presenti, neppure l’autore lo sa (almeno così ci ha confessato in una recente presentazione a Torino). Certo vengono evocati, almeno agli occhi del lettore critico, figure che non danno vita a sviluppi profondi, distesi, ma che occhieggiano come in un video d’arte contemporanea.
Taccone non ha la pretesa di rifondare il genere letterario del racconto. Ma ha il merito di aprire un dibattito sul perché oggi il genere sia così poco praticato a differenza di quanto accadeva nel secolo scorso. E lui ha deciso di praticarlo. Al di là degli immediati risultati, questo è già un merito significativo. Nell'era di internet e di twitter può essere importante ripensare a forme nuove di racconto che siano comunicabili oggi perché colgono “lo spirto del tempo” anche sul piano formale, assumendosi le contraddizioni del caso.
Stefano Vitale

Note sull’Autore

Stefano Taccone (Napoli, 1981) è dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università di Salerno. Dal 2013 al 2015 ha insegnato storia dell’arte contemporanea presso la RUFA – Rome University of Fine Arts. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010); La contestazione dell’arte (Phoebus, 2013); La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017).

Collabora stabilmente con le riviste “Segno” ed “OperaViva Magazine”. Ha pubblicato sulle riviste “Boîte”,“roots§routes, “sdefinizioni”, “Sudcomune”,“Titolo”, “TK-21”, “Tracce”, “undo.net”, “Walktable”. Con raccolta di racconti Sogniloqui (2018, Iod) esordisce nel campo della scrittura narrativa.

Acquista il libro: https://www.iodedizioni.it/

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