Essays on contemporary poetry
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da Atelier 81 - "(Se) la mia nonna (avesse le ruote)..." di Matteo Fantuzzi

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da Atelier 81 - "Uno sguardo più ampio"
(Se) la mia nonna (avesse le ruote)...
di Matteo Fantuzzi



     Forse non siamo in grado ancora per molto tempo di comprendere il significato dell’esperienza «Atelier», certamente l’occasione del ventennale ci legittima nel guardare indietro, ricordare chi non c’è più, ricordare chi come Marco Merlin ha lavorato tantissimo per questa rivista e a un certo punto ha deciso di cambiare strada, ricordare chi si è impegnato, ricordare chi ha pensato di sfruttare il nome e il marchio per brillare senza autonoma capacità di splendere.
     Ma credo che il punto fondamentale sia quello di chiudere questo discorso, confinare i solipsismi alle beghe di cortile o alle pruderie di chi ha evidentemente molto tempo a disposizione e, invece di spenderlo in opere buone, ha deciso di trascorrerlo vivacchiando sui social network, perché quello che sta emergendo in questa lunga coda è appunto la crisi delle ultime generazioni.
     È vero: si è alzato in Italia il livello medio della proposta poetica delle nuove generazioni, ma in maniera minima, e, in ogni caso, non esistono i termini per esultare. Probabilmente la tanto mitizzata generazione dei nati negli Anni Settanta aveva ai propri esordi presentato garanzie maggiori rispetto a chi li ha succeduti, oggi comunque questa generazione (gli attuali quarantenni) come le altre, se paragonata ai pari età stranieri, non sembra, se non in rari casi, essere in grado di competere nella proposta poetica. Le motivazioni sono tante: l’arrendevolezza dell’approccio nei social dove l’invettiva ha preso il posto del ragionamento, l’eccessiva facilità all’autopubblicazione, l’impoverimento delle grandi case editrici italiane che hanno deciso di investire sempre meno in poesia, l’incapacità italiana di non sentirsi autosufficienti di fronte alle sfide internazionali.
     Tutto questo fa parte della malattia che ormai conosciamo e che adesso dobbiamo decidere se curare o rendere cronica. «Atelier» ha deciso di intervenire, di essere sempre meno “localistica” e sempre più parte del sistema letterario nella sua interezza, di confrontarsi con le università straniere, dove troppo spesso lavorano quei professori e quei dottorandi italiani che dovrebbero fare la fortuna nostra e che si ritrovano al contrario a vivere altrove, anche all’altro capo del mondo. Dobbiamo reperire forme di approfondimento differenti con approcci differenti, come accadrà con la pubblicazione dei saggi che andranno un poco alla volta a sostituire sulla rivista cartacea la pratica delle recensioni (e i meccanismi che le governano).
     Tutto questo ci obbligherà a prendere decisioni? Ci renderà ancora più antipatici? Certamente sì, ma, in mezzo alla considerazione generale, siamo ormai abituati al livore di certe parole che ci vengono rivolte e non ci scomponiamo. È anzi la conferma che stiamo portando avanti in maniera efficace progetti nei quali crediamo e su cui il nostro impegno è ben riposto. Dopo i suoi primi vent’anni «Atelier» non guarderà più solo all’Italia, non si sentirà “solo” una rivista italiana obbligata al polemos, ma sarà un ponte verso l’Europa e verso il mondo, con l’obiettivo di percepire la poesia internazionale in Italia e di percepire la posizione della poesia italiana all’estero.
     Quello che è accaduto fa parte del passato, non vogliamo sentirci come quei vecchi cantanti imbolsiti che hanno fatto una sola hit in gioventù e che riempiono le sagre di paese. Sappiamo, invece, che l’unica strada da percorrere oggi è questa e che questa strada ci porterà altrove, lontano da certi mondi autodistruttivi e da altre posizioni dove solo l’arrivismo e il cinismo sembrano contare.
     «Atelier» vuole essere il riferimento internazionale per la poesia italiana. La partita è già iniziata. I giocatori però li siamo scelti noi. E le regole anche.


 

pubblicazione dell'intero intervento, da Atelier 81 - "Uno sguardo più ampio" (dettagli sull'ultimo numero, qui)

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