Paolo Ruffilli su Fortissimo di Matteo Bianchi

Matteo Bianchi, Fortissimo,

Edizioni Minerva, 2019, pp. 96, euro 10,00

 

Presentando il nuovo libro di Matteo Bianchi Fortissimo (Minerva, pp. 96, euro 10), Giancarlo Pontiggia in quarta di copertina sottolinea come l’autore componga «la sua personalissima sonata sul tema – prediletto – della passione amorosa, scandita in movimenti ora lenti e indugianti, ora nervosi e taglienti, fra malinconia, tenerezza, insofferenza, azzardo». Se all’amore Bianchi aveva dedicato poesie intense nei precedenti L’amore è qualcos’altro (2013) e La metà del letto (2015), qui la situazione si diversifica e in qualche modo si assolutizza soprattutto nella prima parte, Diario di un amore. Già la scelta diaristica, nella sua angolazione puntuale di date, ore, luoghi, situazioni, impone caratteri e andamento del tutto particolari: «lo svolgimento diaristico è stato conseguente per mostrare l’evoluzione degli stati d’animo, la loro caducità deludente», dichiara l’autore sempre a Pontiggia nell’intervista che fa da preambolo alla raccolta, «e i trenta movimenti hanno lo scopo di rendere il travaglio passionale il più precario possibile, ma altrettanto irripetibile». Siamo in presenza di una soluzione che si affida alla prosa, ma si tratta di una prosa particolare che trasceglie un lessico sia pur corrente in ogni caso d’elezione e che è guidata e sorretta da una sottile musica interna, elegante e raffinata. E, per questa via tutt’altro che scontata, la scrittura ci porta nelle pieghe segrete e minute di un rapporto del cui forte (o “fortissimo”) sentimento si colgono con le sfumature anche gli aspetti di consapevolezza oltre a quelli istintuali dell’amore, fino alla sua conclusione: «Ad ogni modo, girata la chiave nella toppa di casa e spinta la porta stanca dello studio, ritornò la sua brezza timida, quel suo profumo mai considerato prima. Almeno finché è durato».

La seconda parte del libro, Mezzo piano, in versi liberi riprende e continua il discorso portandolo dentro il percorso più propriamente esistenziale, al confronto di se stesso con le circostanze positive e negative della vita, le aspirazioni e i limiti della realtà, le speranze e le delusioni, le certezze e i dubbi, le vittorie e le sconfitte. Non a caso, nel riferimento a quella precarietà della passione amorosa di cui si diceva per la prima sezione, qui appare allusa già a partire dal titolo, spiegato dall’autore nel segno del «piano ammezzato dei condomini, una condizione di transito che si percepisce appena varcata la soglia di un portone o subito prima di abbandonarla». Ma le poesie di Mezzo piano non perdono comunque una carica ancora e sempre attiva, una spinta a non cedere e a non darsi per sconfitto. E la cosa si evidenzia nel riferimento anche a certe figure iconiche del mito, quelle che incarnano da sempre la resistenza ad oltranza e contro tutto ciò che contrasta, come Penelope o Ulisse o Romeo che «durava nel sonno / ma la morte non fu vana». E ci si muove alla fine nella certezza di continuare a trarre alimento da ciò che nel baluardo della pienezza umana è la forza della vita che si attesta sul ciglio del burrone. «Non smetterò di volgermi al passato», dice a un tratto Matteo Bianchi, alludendo a ciò che si è costruito nel tempo, «Non cederò la mia storia». Poco più avanti: «Sei aria pura, Psiche, / sei ossigeno per me». E la rassegna dei dati autobiografici, superando qualsiasi riferimento personale, si traduce in valenza universale, comunque «dentro le parole della Storia».

Paolo Ruffilli

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