Il canto insonne delle formiche
Unico: Non ho mai visto per queste vie tanta folla. Guarda: pare davvero un fiume in piena. E tutti abbigliati e acconciati come per andare a nozze. È forse un giorno di festa? Ferrante: No, che io sappia. Ma ormai, par che ogni giorno lo sia, o si sforzi d’esserlo. Festa di che, poi… Unico: A giudicar dalla musica, si direbbe la festa dell’asino: più che ragli e sonagli non s’odono. Umberto Fiori, Dialogo della creanza
C’erano una volta gli intellettuali, ora non ci son più. Questo è quanto tutti sanno, ma il punto è: chissà perché, chissà di chi è la colpa, se da cotanti padri è nata siffatta società. Vien da pensare che sia tutta una favola, che quelli che oggi sono icone erano allora profeti ostracizzati, nei migliori dei casi, e che ai pochi nostalgici sopravvissuti faccia comodo lasciarci credere che era meglio una volta, quando loro, gli intellettuali appunto, contavano. Ma dove, contavano? Nella barocca e autoreferenziale cattedrale delle lettere di cui erano i sacerdoti, solo perché faceva comodo a tutti lasciarli lì reclusi e beati? Oppure davvero agivano sul mondo? In tal caso, però, dovranno pur ammettere le loro responsabilità di fronte alla decadenza odierna, se non altro per l’incapacità di prevedere e di far fronte all’ondata dei barbari. Insomma, forse non erano un gran ché, gli intellettuali di una volta. E chi sarebbero invece i barbari longobardi che non conoscono la nostra millenaria civiltà, che si affidano all’antica legge (orale) del taglione, che mandano in rovina i nostri costumi? Sono i manager che hanno risanato case editrici alla deriva; sono i giornalisti che passano dall’ultimo gossip alla recensione del libro che non hanno tempo di leggere ma di cui devono scrivere, perché l’autore è un amico di vecchia data del caporedattore. Sono i grandi cerimonieri dei festival letterari, baracconi in cui scrittori ed editori si strusciano oziosi davanti a una platea ancor più annoiata; sono le grandi firme dei rotocalchi patinati, dove di tanto in tanto compare l’ultimo cavallo di razza delle nostre lettere, tra una soubrette e un’altra telebrità, perché fa comodo così, in fondo. Sono i cabarettisti riciclati, i divi che non azzeccano un congiuntivo, ma tanto nessuno se ne accorge e a loro un libro non si nega, ché anzi sono benefattori che sostengono il bilancio e permettono di fare le mille copie del poeta di turno da premiare dopo trent’anni di gavetta; e sono, alla fine, i lettori stessi, questa mandria di mucche pazze nemmeno più buone all’ingrosso. Ma anche da queste parti, nei camminamenti dimenticati dove agiscono le riviste militanti, nel sottobosco, dove invece di intellettuali operano artigiani, l’aria è mica poi tanto diversa. Anche qui il clima è saturo, si fanno seratine coi soliti quattro gatti, annotando gli amici moralmente presenti che però avevano il loro libro da presentare altrove, si progettano strategie per cambiare il mondo, consigli per covare l’opera eterna. Purché si sgombri in fretta, perché bisogna lasciar subito spazio a un altro appuntamento. Come non lasciarsi prendere dal pessimismo cosmico, allora? Come rovesciare lo scoramento in salutare allegria? Resistendo, consapevoli e disillusi, concentrati sulla sola cosa che conta: la parola ben intonata, che arriva con leggerezza a baciare il capo di chi, alla fine, non si dispera, non si sente vittima di torti, non misura il valore sulla scala mobile del successo. E son cose, queste, che ben sappiamo, che però val la pena ripetere, di tanto in tanto. Non per consolarci, tuttavia, non per raccontarci che l’uva è acerba, non per vestire i panni dei giusti incompresi: piuttosto, per disinnescare i trabocchetti che insidiano la voce sul punto del suo nascere. Così, pagina dopo pagina, incontro dopo incontro, rieccoci, formichine laboriose, a mettere nero su bianco passione e pazienza, slancio e ascolto, con il solito rocambolesco equilibrio: perché la nostra favola è altra da quella che si potrebbe pensare e il finale è tutto da scrivere. Con buona pace per le cicale che da tempo non cantano più.
MM
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