Se non abbiamo più nulla da dirci...
Le riviste abbondano - e «Atelier» non ne è esente - di inchieste sull’intellettuale, sulla critica, sulla produzione giovanile e di dotti studi su questo o su quel particolare argomento; si presenta il tale e il tal altro autore, si comparano opere di letterature differenti, ma si avverte un’aridità di fondo, una difficoltà a produrre idee consone ai problemi attuali: la ristrettezza di orizzonti è palpabile.
Moltissimi interventi si limitano all’applicazione di uno “schema-stampino” all’infinita varietà del fenomeno letterario passato e presente, con il risultato di limitare gli spazi delle biblioteche, di decorare lo studio dell’autore e di propinare corsi universitari a studenti desiderosi di ripetere le “gesta” dei luminari. È possibile calcolare il numero di applicazioni che la critica crociana, marxista, formalista e strutturalista ha prodotto? Lo schema jakobsoniano della comunicazione ha imperato e impera non soltanto nelle antologie scolastiche, ma soprattutto negli elaborati dei dottorandi e nelle pubblicazioni delle maggiori case editrici. Nella seconda metà del secolo scorso la critica italiana, per lo più, si è modellata sugli schemi stranieri. Non che questo sia un male: ciò che vale non trova limiti geografici, anzi la “globalizzazione” della cultura, operata tramite la conoscenza delle lingue straniere e l’ottimo apporto delle traduzioni, costituisce uno strumento insostituibile nello sviluppo delle idee.
Ma quale è il limite di queste operazioni? È diffuso tra l’intelleghenzia nostrana uno strano e acritico complesso di inferiorità che spinge a ritenere che tutto ciò che viene dall’estero, soprattutto dal settore nordamericano, è di per se stesso valido E questo si verifica sia nel settore pedagogico e scolastico, dove la nostra plurimillenaria e documentata esperienza rischia di essere gettata alle ortiche da intuizioni non sottoposte ad esame critico-sperimentale, sia in quello critico-letterario, dove la violenza del “mercato” si salda con una peninsulare incapacità di emulare la creatività di settori come la moda e il design.
Non è facile individuarne le cause. Roberto Deidier in un intervento sul numero 16 di «incroci» (luglio-dicembre 2007) analizza un pregiudizio che blocca lo sviluppo del pensiero critico e cioè la consumata distinzione tra «metodologie proprie della critica storico-letteraria» e «competenze e prospettive della critica militante», come se i risultati della prima derivassero da un’attrezzatura di schemi e la seconda dall’improvvisazione: «Non sempre sapere come è fatto un testo conduce alla comprensione di cosa dice o racconta, ma mi convinco sempre più che un testo contenga al suo interno, come dire, le istruzioni per l’uso, a una lettura attenta». Purtroppo stiamo vivendo, come denuncia Emanuele Zinato, «in un’epoca in cui tutte le gerarchie interne del sistema letterario (come le antitesi alto e basso, letteratura di ricerca e di consumo) sembrano inconsistenti, e in cui sembra ormai acquisita l’idea che la responsabilità di rendere letterario o estetico un oggetto testuale spetti alla situazione in cui viene percepito più che all’oggetto stesso». E pertanto «la questione del valore letterario sembra sopravvivere in un simile contesto solo in forme banalizzanti e perfino caricaturali».
Si tratta di un’analisi tanto impietosa quanto veritiera, che mai ci siamo esentati dal denunciare con l’espressione «omertà della critica» (Marco Merlin). Del resto, secondo Francesco Muzzioli, senza lo sfaldamento del «corporativismo», dell’oligarchia dei maîtres-à-penser, rimarremo ancorati ad una situazione di stallo culturale: «Lo si vede anche quando, nel dibattito, a lato della critica accademica con i suoi allarmi di estinzione, si alza la critica emergente protestando che no, che la critica non è morta, ma viva e in buona salute. Per forza, ancora una volta: la critica emergente l’autorevolezza non l’ha ancora conseguita e non avrebbe piacere di arrivare a raggiungerla troppo tardi, orrore quando dovesse arrivare in una stanza dei bottoni ormai in disuso e in rovina, senza più potere alcuno, tanta gavetta sprecata, eh no… Allora, guarda caso, è proprio la critica emergente che sogna la figura del grande maestro ammantato di fascino irresistibile e insieme di retto sentire (e in tal senso deprime il metodo che tutti potrebbero acquisire). Peccato che quella figura davvero non sia più possibile impersonarla che in degradate caricature».
Parole veritiere e applicabili ad altri settori della vita e della ricerca, dalla politica all’economia, dal dibattito pubblico alle relazioni private. E allora, se non abbiamo nulla da dirci, non sarebbe più responsabile e corretto tacere?
Giuliano Ladolfi
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