La via ondivaga dell’eleatismo: Colpa del mare, di Bruno Di Pietro

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 La via ondivaga dell’eleatismo:

Colpa del mare,

di Bruno Di Pietro

Colpa del mare

del pendolare dubbioso

tra il frutteto il rigoglio

e l’orgoglio della scienza.

Colpa del mare (VIII, p. 34)

 

 

 

Siccome Colpa del mare e altri poemetti è un po’ una silloge della poesia di Bruno Di Pietro, leggendo è facile affermare che nella sua visione la storia magistra vitae è sempre storia contemporanea.

Ma in che senso?

Molti hanno visto che la sua musa è immediatamente quella dell’impegno politico e civile1 –; lo studio della storia2 e delle vite e la stessa saggezza di vita servono a sapere che fare – ed è evidente che tale poesia ha consuetudine con una geografia dello spirito, quella di Napoli e del Sud d’Italia che sono Roma per un verso, e peraltro Grecia3. Si può quindi affermare che, nella sua poesia, l’esigenza di perfezionamento della dimensione politica si nutre necessariamente di quell’antico mare della circolazione spirituale, che è il semprevivo dell’origine, il Mediterraneo.

La ricerca della verità in dimensione poetica, largamente inattuale come tale (sia detto come un vivo apprezzamento per Di Pietro: al di là della battuta, è vero che per lui “il passato non passa”, e nemmeno il presente4: ma antico e attuale si mescolano e confondono…) e in realtà mai morta, si nutre anche dell’impegno politico e civile, anche nella ricerca di valore nella poesia del meridione d’Italia, ma è di stampo teoretico, desidera pervenire a vedere.

Poiché lo strumento della ricerca è molto raffinato e complesso, i risultati d’una ricerca veritativa in forma di poesia riescono nel cielo del pensabile in quanto pensabile, sono filosofici.  Non è solo questione di “una voce che parla da una posizione esistenziale avanzata, quella da cui si potrebbero voler tirare le somme”5, quanto piuttosto d’una resa di conti filosofica, sulla maturità d’una esistenza che ha guardato e visto, come sempre accade, facendolo alla sua maniera. Quali ne sono i mezzi? Come vien detto nelle interviste e come risulta a chi ne discute con l’autore, si tratta della lettura, dell’attingere, ancora, a quella dimensione insostituibile che è il rapporto fisico con il libro. E della vita vissuta, questa vita unica che a ciascuno tocca.

Come si traducono nell’oggi le vicende imperiali6 dei protagonisti? Lo fanno in diversi modi, per esempio al modo degli eteronimi, per cui l’autore assume un altro nome, e sembra volere che le vicende in parola abbiano interessato l’altro, e le studia ed elabora, ma è la propria vicenda che egli vede riflessa in quell’altra, e viceversa, in qualche misura7; come alcuni scrivono8, e come dicevo, si legge l’Impero per poter leggere l’oggi, laddove Impero si è chiamato Imperialismo e si è mostrato in altre vesti. Se un poeta legga un altro poeta9 o se lo faccia un comune lettore, si domanda questo: quale filigrana traspare attraverso lo sfilare d’ombre e di parole, quale verità, che la poesia sempre mostra, non solo secondo le intenzioni dell’autore, ma, insieme, per come l’altro poeta o il lettore vivono questa lettura, questi versi?

In modo un po’ ardito forse, mi si consenta di attraversare il libro della vita, Colpa del mare e altri poemetti, usando Come se il sole calasse a oriente10. Un titolo che colpisce e mi sono domandato a lungo perché. I versi sembrano dedicati all’amore:

offriamoci la profanazione dell’usuale
lo scambio dei morsi sulle labbra
il timore il pudore
il sudore che bagna i corpi
nei quali ci immergiamo:
non ci toccheranno gli inverni
non avremo freddo non avremo fame
(perché noi siamo eterni)

(V)

Ma l’amore, nonostante sia eterno nell’attimo, fallisce la promessa d’eternità:

restò sulle labbra il bacio mai dato
insieme a un lieve sentore di lillà
cullato fra volere e non volere

ed era già ricordo

(VII)

E infine

esiste solo il passato
(ed è trascorso)

(XIV)

Sicché si deve concludere, secondo una positività che è nostro compito trovare, che

il sole ad Oriente è calato
ora vorrei avere la fortuna
di vedere l’aurora di luna

(XVI)

Interrogandomi dunque sulla produzione poetica di Bruno Di Pietro, come la si vede in Colpa del mare, mi sono imbattuto a mia volta in una lettura, quella di Artemidoro di Daldi – tuttavia nato a Efeso – che nel Libro dei sogni scrive:

Il sole che sorge fulgido e puro da oriente e che tramonta a occidente è buon segno per tutti… (mentre, all’opposto,) Il sole che si leva da occidente svela i segreti di chi crede di essere rimasto nascosto (… e in generale,) se il sole si muove in senso inverso a quello naturale, soffrono sia l’universo che le sue singole parti; e chi vede il sogno è naturalmente una parte dell’universo.11

Soffrire in ogni parte: è proprio quel che accade, nell’universo, e il mondo di Artemidoro, è evidente, non è quello della scienza ma è quell’universo le cui parti sono connesse tra di loro, le diremmo in sim-patia reciproca, quel mondo che l’analogia legge – non resta questo un sapere, a prescindere dalla validità scientifica di una simile visione, e senza volerne qui discutere?

Vedere un’aurora di luna è l’estrema scommessa positiva nell’universo della caducità. Se il sole si muove in senso contrario a quello naturale, soffre l’universo in ogni sua singola parte. Ma l’universo, com’è noto, già soffre, e conosce il dolore, in ogni suo singolo momento, e il giorno “s’annulla nell’invano”12. Si capisce il riferimento a Massimiano13, ai suoi versi, poi ripresi da Foscolo nel II sonetto:

Non sum qui fueram: periit pars maxima nostri;

hoc quoque quod superest languor et horror habet

Massimiano, I Elegia

O anche, alla maniera eleatica,

ma quale origine gli vuoi trovare

a quell’affanno che ci ha fatto soli 14.

 

Eppure, come per Leopardi, siamo tutti così legati alla vita, alle sue preziose sfumature, agli istanti che diciamo imperdibili, mentre qualcosa di inarrestabile, parte fondante e decisiva del mutamento e dell’apparire, muove in senso contrario a come la vita a volte appare e a come vorremmo fosse: “io vivo solo in questa attesa/che un giorno sia il tempo ad invecchiare”15 ma questo non può essere.

Una cifra non molto ostentata ma presentissima di tutto il lavoro di Di Pietro è il dolore: “traspare qui, nel consueto tono caustico, un dolore profondo, universale”16. Mai da solo però. Anzi. Con il dolore, l’amore. Il destino dell’amore – comportarsi come se il sole calasse a oriente, ma anche attendere un’aurora di luna – è il destino d’alba lunare di qualunque opera sotto il cielo. In aggiunta, nulla si sottrae, e a ragion veduta, al dubbio – che è poi cifra dell’intera poesia di Bruno Di Pietro, a suo stesso dire17, fermo restando che operare si può, e secondo alcuni si deve: perché è nostro destino. Ma operare dubitando. Se l’impegno fa sentire protagonisti, i giorni ci rivelano di colpo eccentrici, spostati, eretici: il protagonista coincide con l’eretico e l’imperatore con il comune mortale, ogni vicenda mi trova ai margini, “per essere un uomo confinato”18, oppure anche uomo “di confine”19, nemmeno si sa perché, come svelano la storia di Ovidio20, o quella di Francesco Pucci fiorentino21.

Non deve stupire che il verso consideri la periferia della storia allo stesso modo che il cuore. L’inquisitore conosce lo stesso destino dell’eretico, forse sarà ricordato meglio il secondo e più che il primo. Non rileva tanto (e pur rileva), infine, dire che “Non c’è invio verso destinazioni spontaneamente fissate, ma (…) l’unica colpa è persistere nell’incerto, tergiversare eludendo l’azione”22. E peraltro “sono inaffidabili alle miglia/…/i velieri in bottiglia/…/Nessuno insegua vento/in quelle vele”23. Sembra di vedere che ci necessitino impegno e azione, e di certo la prassi degli uomini che trasforma il mondo s’impone; e tuttavia questa esigenza della nostra natura confligge con l’altra e più potente presenza, che sa di eleatico, d’incontrovertibile essere e di nulla, perché “il reale medesimo… non ti dice nulla di concreto” (…) e peraltro il nulla, in certi momenti, si declina nella dimensione ballerina tra la psicoanalitica del desiderio (“qualcuno dica che cos’è il nulla” : non ne puoi fare a meno ma ti manca24, e infine sùbito, ma con qualche precisazione, secondo quella quasi-eleatica (“la via dell’essere è acquitrinosa”)25.

Nell’universo che mi sembra di veder apparire come reale, il sole sorge a oriente e tramonta a occidente. Ma a descrivere il mondo come lo vedo in un secondo momento, quello del pensiero, non tiene del tutto, non da sola, l’analogia antica dei miti e degli eroi solari, per cui la vita dell’uomo, come il sole, sorge, si leva verso allo zenith e cade – tale analogia dev’essere accanto a quell’altra: all’opposto, perché qualcosa nasca e gioisca e risplenda è necessario che qualcos’altro cada e tra-monti o si tuffi nel mare, e scompaia, secondo l’ordine del tempo. Ma cosa v’è di eleatico in queste analogie?

V’è inganno nelle cose, perché noi gioiamo e godiamo delle cose che sono e desideriamo che siano eterne, e per tutti vale il “non sono pronto a vedermi passare”26; o “non mi sento pronto”27; eppure sappiamo che esse non possono esserlo, e siamo pronti o dobbiamo esserlo nel momento in cui la cosa accade.

Tuttavia la vita attrae: c’è sempre tempo per le cose serie, come si dice, “Avrò tempo per dirti l’inganno/del corpo e delle sensazioni”28I grandi imperatori rappresentati e i grandi uomini, allora, per quanto maestosi e potenti, fatalmente restano intrappolati nell’inganno, direi pur consapevoli, come coloro che si ammalano del male della pietra29 come forse noi, più o meno, ci ammaliamo del male della parola: tendiamo tutti a durare, non siamo mai pronti a scomparire, o la cosa c’infastidisce o intimorisce, pensiamo di sopravvivere a noi stessi nelle grandi costruzioni, mentre non v’è nulla che possa davvero durare; viviamo come imprigionati nel circolo tra il desiderio di qualche apoteosi e il necessario spegnersi dello splendore e della gloria. Vorremmo che le cose restassero e ci adoperiamo affinché siano durature: sappiamo che sono caduche. Vorremmo la grandezza, qualche volta ne possiamo anche partecipare, se dobbiamo credere così, se bisogna misurare le cose sulla scala della storia, ma tendiamo fatalmente alle figure dell’infimo e all’orrore:

cospirano le cose a un solo scopo / dirti che non sei aquila ma topo30.

La condizione per la dimensione stessa delle cose non è che esse siano eterne, ma che crescano e maturino e muoiano, e che altre succedano e crescano, fiorendo e acquisendo dimensione e partecipando della comune sorte.

Inclinano all’esistere anche i sassi” e s’incontra “il tempo all’improvviso”31, con “le sere/d’estate e l’odore intenso del timo”32, ma tutto sembra precipitare, anzi sembra necessario che ciò avvenga perché un’aurora di luna possa essere.

Sopra la cascata, che precipita ogni cosa verso il niente, secondo l’usata immagine, scintilla per qualche istante l’arcobaleno. Per quanto esse possano dire, le parole confessano indigenti / la poca confidenza con il vero: le parole a volte nemmeno sembrano sfiorare le cose, eppure la ricerca ha da essere una ricerca veritativa e lo è in parola… e anche questa è un’aporia che fa parte della nostra condizione. Lo leggiamo in ogni eleatica: l’inganno delle cose, la sofferenza e la bellezza delle cose, la perpetua loro vicissitudine e il fascino.

Nel mondo apparente il sole sorge a oriente e tramonta a occidente, ma anche, in tale mondo, è come se il sole tramontasse a oriente. Ciò vuol dire che pertanto l’occidente è anche oriente, è il presupposto, è il simbolo di qualunque cosa che sorga ed è come se all’occidente come sole fosse la luna. Ciò nulla toglie al tema del dovere e dell’impegno, al cercare e ri-cercare: si sarà colto come, nella dimensione della caducità, consapevoli che il sole tramonta a oriente, che ogni cosa al suo stesso sorgere è già segnata, ci tocchi seguire le nostre stelle, e di come il destino individuale vada vissuto fino in fondo. S’intende che non sembrerà tale l’unico filo che connette le parti del libro, perché, si dirà, vi sono anche molta vita, movimento, molto amore per i colori e le passioni, tutto ciò che è sostanza del colorato teatro che ci scorre intorno. Si vedano in proposito nel libro anche Piccola suite, o perfino il tema della devozione, in Iscrizioni.

Ma tutto ciò è in qualche incluso nella sfera del discorso eleatico sebbene non ne sembri il cuore, e non lo sia, certamente. Perché è proprio di questo che si tratta: ma non è subito, qui, la verità dell’essere e tanto meno l’impensabilità del niente, che appunto nulla toglierebbe, ma ciò “che i mortali hanno posto, convinti che (i nomi) fossero veri:/divenire e perire, essere e non-essere,/e cambiar di luogo e mutare lo splendente colore”33; il che è apparenza e non verità, e tuttavia appare, e ci si sta immersi per cui occorre che se ne parli, se perfino il Sapiente di Elea ne ha detto. Per il vero c’è tempo, ma il vivente “rinuncia al vero/pur di spostare i margini del giorno”34 perché ama la vita. Se questa, descritta da me sopra come aporia del sole che sorge eppure tramonta a oriente, nell’universo che soffre in ogni sua parte, è la sorte dei mortali e di tutto ciò che si muove sotto il sole e sotto le stelle, quale sarà allora la destinazione di ogni impegno? La stessa sorte, si legge in trasparenza, che toccò a ogni vita, il destino che viene riservato ai grandi, agli imperatori come ai più miserabili tra gli animali: il maggiore coincide col minore e l’infimo non evita il destino del supremo. Tale è, al di qua della perfetta sfera di ciò che non tramonta, il destino dell’apparire. Noi cioè seguiamo i fili che ci toccano e ci adoperiamo perché le pietre ci testimonino, o le parole ci sopravvivano, o per la maggiore giustizia sulla terra, per i diseredati come per i proletari, per l’uguaglianza come per la vita, per i diritti come per la forza, ma ogni vicissitudine è destinata a essere cancellata, sebbene sia possibile che altri raccolga i fili e li superi proseguendoli, e allora cogliamo nella storia ciò che qualcuno ha chiamato durata.

Così, da un diverso punto di vista, quello della più antica saggezza del circolo, si declina “l’immersione nella ruota che sempre trascende il singolo”35. Questa mi pare sia la valenza poetico-filosofica del libro, senza avanzare pretese di voler spiegare la poesia; ciò che scrivo non dice niente della poesia. Ma godiamone, e stupiamo; invece sul milieu della scrittura poetica, per come lo vedo, sì, posso dire. Del messaggio filosofico si può discutere, e quello mi sembra molto antico, riportato a oggi in modalità del tutto raffinate, di una maestria e padronanza del tutto uniche nell’evocazione, nella scelta delle figure e nell’uso della parola.

Il messaggio d’impegno sulla terra ma anche, insieme, quella parte che qui risulta del messaggio eleatico consistono quindi in questo: Alle navi, poeti!36. Nella sua linearità è semplice, e nondimeno nella eccellente linearità filosofica è vero, si può individuare qui in questo punto il vissuto messaggio del poeta, dalla storia degli imperatori di Roma all’apparizione delle persone del quotidiano, in Avari fiori come altrove. Come Nietzsche invita alle navi i filosofi, così Di Pietro i poeti37: a certe condizioni, è lo stesso il messaggio, ma anche la forma.

L’eleatismo di eleatiche è seminascosto dietro le colorate evidenze dei pur Avari fiori, che vanno goduti uno per uno, e rispetto ai quali “il pensiero arriva sempre tardi”38; sta in quella spaventosa evidenza, immobilità delle cose dietro il vento che agita le mimose39. Se ci si domanda quale sia il ruolo dell’eleatismo in questo contesto, si può concludere: non si vede il comparire dell’essere immutabile – faccio per dire – che risulta solo per accenni. Ma eleatismo v’è anche altrimenti, ed è quello stesso della via (negativa, come qui è aporetica: non vi sarà guadagno possibile) che taluni vedono profilarsi nello stesso poema parmenideo, tra essere e (impensabile) nulla, evitando qui tuttavia certi inconvenienti, “i disastri del pensare”, trovando “alle volte un’occasione”40 “fra opinione e vero/colori insoliti e fiori di luna/dovunque ci sia un varco nel pensiero”41: si descrive l’apparire secondo ragionevolezza e, qui come nel caso di Parmenide, secondo poesia. Ma non è dato rendere secondo logos l’apparire dell’apparenza, in tutti i suoi variegati e attraenti cromatismi, dal mistero dell’amore al mondo delle ambizioni e degli uomini, alla natura che si avvicenda e affatica, tutto ciò che a pensarlo appare contraddizione senza uscita logica, in ogni perdibile anfratto dell’esistere e dello spazio-tempo eleaticamente evocato per negarlo, appunto; tutto ciò appare, non è affatto l’essere, e nondimeno appare, e lo amiamo.

                                                                                                                                                                                                                                                                           Carlo Di Legge

N.d.r. – Colpa del mare e altri poemetti, di Bruno Di Pietro, è edito da Oedipus (2002)

Note:

1 Cfr. A. Vitolo, Sul poemetto “acque/dotti” di Bruno Di Pietro in “Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus Edizioni, 2018) Presentazione da Evaluna 5.7.2007 poi in Nota facebook 23.6.18

2 P. e. Impero, ed. Oèdipus, Salerno/Milano 2017, cui si riferisce D. Ventre: “Impero” di Bruno Di Pietro. Una poesia fortemente radicata nella trama della storia. In Nazione Indiana ).

3 Cfr. Intervista con G. Moio, per www.cinquecolonne.it, 14.4.2019

4 B. Di Pietro, Eleatiche, in Colpa del mare e altri poemetti, ed. Oèdipus, Salerno-Milano 2019, IX, p. 23.

5 Cfr. R. Pierno, su Baie, in “Trasversale-Un percorso fra le arti”, 24 nov. 2019.

6 Sempre con riferimento a B. Di Pietro, Impero, cit.

7 Cfr. A. Vitolo, cit.

8 E. Rega, Su “Impero” di Bruno Di Pietro (Oèdipus,2017). Pubblicato in www.larecherche.it

9 Cfr. Mimmo Grasso. Da “Colpa del mare” a “Impero” . Sulla poesia di Bruno Di Pietro. (Nella Rivista “Infiniti mondi” n°1/2017)

10 Cfr. anche, ma molto diversamente, R. Lumuli Gaudioso, Guardo tutto con la schiena. Lettura in limine di Baie di Bruno Di Pietro.

11 Artemidoro, Il libro dei sogni, tr. it. Adelphi, Milano 19822 , p. 137.

12 B. Di Pietro, Eleatiche, in Colpa del mare e altri poemetti, ed. Oèdipus, Salerno-Milano 2018, IX, p. 23.

13 Cfr. B. Di Pietro, Acque/dotti, in Colpa del mare e altri poemetti, cit.

14 B. Di Pietro, Eleatiche, cit., IV, p. 18.

15 Ivi, VI, p. 20.

16 Cfr. G. Martella, Polifonia dell’esserci. Su Bruno Di Pietro “Colpa del mare e altri poemetti” (Oèdipus 2018) in Nazione Indiana.

17 Cfr. Intervista con R. Pierno, “Versante Ripido” n° 1 /2019 1.2.2019.

18 Cfr. B. Di Pietro, Nota a Il fiore del Danubio, in Colpa del mare (…), cit., p. 132.

19 Cfr. B. Di Pietro, Nota a Della stessa sostanza del figlio, in Colpa del mare (…), cit., p. 161.

20 Cfr. B. Di Pietro, Il fiore del Danubio, cit., X, XX.

21 Cfr. B. Di Pietro, Della stessa sostanza del figlio, cit., II.

22 D. Ventre, Le “minuscole” di Bruno Di Pietro. Un ritorno del passato. Postfazione a “minuscole” (Il Laboratori/Le Edizioni ,Nola 2016

23 B. Di Pietro, Velieri in bottiglia, in Colpa del mare (…), cit., (I) ii, p. 50.

24 B. Di Pietro, cfr. Eleatiche, cit., X, p. 24.

25 Ibidem e cfr. D.Ventre cit.

26 B. Di Pietro, Della stessa sostanza del figlio, in Colpa del mare (…), cit., IV, p. 168.

27 B. Di Pietro, Acque/dotti, cit., II, p. 108.

28 B. Di Pietro, Colpa del mare, cit., in Colpa del mare (…), cit., IX, p. 35.

29 M. Grasso, Da “Colpa del mare” a “Impero” . Sulla poesia di Bruno Di Pietro in “Infiniti mondi” n°1/2017).

30 B. Di Pietro, Eleatiche, cit., II, p. 16.

31 Ivi, VI, p. 20.

32 Ivi, II, p. 16.

33 Parmenide, Sulla natura, 38-41.

34 B. Di Pietro, Avari fiori, in Colpa del mare (…), cit., p. 79.

35 Cfr. A. Vitolo, cit.

36 Cfr. E. Silvestrini, Bruno Di Pietro e la poesia dell’Impero in “Atelier” n° 88 (2017)

37 Cfr. Perrone, “Ex gravitate levitas” Su “Impero” di Bruno Di Pietro

38 B. Di Pietro, Avari fiori, cit., ix, in Colpa del mare (…), cit., p. 69.

39 B. Di Pietro, Eleatiche, cit., III, p. 17)

40 Ivi, I, p. 15.

41 Ivi, V, p. 19.

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