La memoria di Jacopo, nota di Riccardo Canaletti a due poesie di Umberto Piersanti

LA MEMORIA DI JACOPO

La giostra

ah, quella giostra antica
nella ressa di scooter
di ragazze vocianti, luminose
dentro jeans stretti
e falsotrasandati,
dei fuoristrada rossi
sul lungomare,
escono da ogni porta,
da ogni strada,
straripano nell’aria che già avvampa,
è l’ ora che precede
dolce la sera

ma nessuno che salga
sui cavalli, di legno
coi pennacchi e quella tromba
gialla, come nel libro
di letture, la musica
distante e incantata,
quella che rese altri
le zucche e i rospi

li c’era una ragazza
tutta sola,
vestita da Pierrot
la faccia bianca,
nessuno che prendesse
i bei croccanti,
lo zucchero filato
dalla sua mano

Jacopo che tra gli altri
passa, senza guardare,
dondola il grande corpo
e li sovrasta,
abbracciò un cavallo
e poi pendeva
dopo riuscì ad alzarsi,
rise forte

figlio che giri solo
nella giostra,
quegli altri la rifiutano
cosi antica e lenta,
ma il padre t’aspetta,
sgomento ed appartato
dietro il tronco,
che il tuo sorriso mite
t’accompagni
nel cerchio della giostra,
nella zattera dove stai
senza compagni

*

Marzo 2001

Jacopo quasi non ricordo
tu che cammini
in fondo alla piscina
tra le bolle
elfo inconoscibile
e distante,
o avanzi dentro i campi
d’Abruzzo tra sciami
di cavallette
e le distanzi,
o ancora fermi l’acque
che al tuo piede s’arrestano là
sotto il Conero
ai Sassi Neri,
ora possente e muto
mi fissi,
così lontano,
Jacopo non ancora nato
che ogni corso mutavi
ed un’intera stagione
mi rapinavi,
e dopo venne il male
che il tuo viso perfetto
appena, appena piega
ma non incrina,
Jacopo delle corse
e dei dolori,
Jacopo del riso
e dello sconforto,
sei nella vita
quella svolta improvvisa
che non t’aspetti,
la tragica bellezza
che i tuoi giorni inchioda
al suo percorso

Agosto, 2019

Nota di Riccardo Canaletti:

Se una poesia ci parla è perché tradisce il tempo; una poesia, in qualche modo, dissimula la distanza temporale e torna. Questo, parlando con un amico, so della lirica. I versi di Umberto Piersanti rappresentano uno degli esempi più importanti nel panorama italiano attuale. L’arco che lo vede protagonista dura da decenni e oggi sembra necessario accostarsi a voci del genere, sapienti sì, ma prima di tutto reali. La dizione lascia lo spazio al canto, che segue il dettato lento dei pensieri. L’afflato leopardiano è tutto nel movimento dei versi, nella verticalità della tensione. Le poesie qui presenti, scritte a diciotto anni di distanza, ben dimostrano il debito di un poeta marchigiano verso la sua terra. L’atteggiamento, sempre cosciente e disarmato a un tempo, verso Jacopo, il figlio, è un atteggiamento che muta e ha dunque bisogno dello sfondo, della presenza costante di un’invarianza che, in Piersanti, è la poesia. La prospettiva è fuori da ogni categorizzazione modernista e postmoderna e questo rende il verso leggero, vicino a chi legge. La poesia si predispone al farsi suono, ci invita ad ascoltare. Così i due testi condivido il cuore della lirica e sembrano essere due esempi perfettamente simmetrici della poetica dell’autore che resiste, è il caso di dirlo, oltre le generazioni. L’elemento pascoliano, spesso nominato a proposito di Piersanti, lascia il posto a una dimestichezza del quotidiano riconducibile a Carducci, uno sguardo che attenziona i particolari (“Jacopo che tra gli altri /passa, senza guardare”, 2001; e “o ancora fermi l’acque / che al tuo piede s’arrestano là / sotto il Conero / ai Sassi Neri”, 2019). La forma lieve in cui vengono espressi i momenti di incontro/ricordo di Jacopo costituisce, però, una memoria non idilliaca, non confezionata per non fare male. Non c’è, in Piersanti, l’immagine smussata e languida di molta falsa poesia così attenta a falsare l’esperienza. Qui i tratti sono brutali, decisivi, profondi, a un tratto dolci ma mai sfumati (“li c’era una ragazza / tutta sola, / vestita da Pierrot / la faccia bianca, / nessuno che prendesse / i bei croccanti, / lo zucchero filato / dalla sua mano”, 2001; e “e dopo venne il male / che il tuo viso perfetto / appena, appena piega / ma non incrina”, 2019).
La vera differenza tra i due componimenti, a mio avviso, risiede nel contenuto che nel primo dei due testi si presenta come ricordo e come descrizione, in un intreccio che di storia ha il ritmo ma che parla di un’immagine, di una fotografia delineata, ferma, immobile, parzialmente triste e parzialmente solidale. Il padre è vicino al figlio, con humanitas. Nel secondo testo c’è invece un resoconto, un inventario della trasformazione: di fronte al passare del tempo quali sono i cambiamenti, e di che tipo, in Jacopo e nella famiglia? Il poeta sembra far crescere il figlio, ma cerca di mantenerne viva l’ingenuità, mentre il cambiamento più profondo è nell’autore che se prima era lì, ad attendere il figlio (“ma il padre ti aspetta, / sgomento ed appartato / dietro il tronco”, 2001) a distanza, per osservare un orizzonte futuro che non poteva condividere (“che il tuo sorriso t’accompagni / nel cerchio della giostra, / nella zattera dove stai / senza compagni”, ivi), ora, dopo vent’anni, partecipa dello stesso viaggio, si accorge di essere lì con lui, probabilmente in quella stessa giostra di un tempo, nella “tragica bellezza / che i tuoi giorni inchioda / al suo percorso” (2019).

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