“La domanda della sete” e il reincantamento del mondo nel nuovo libro di Chandra Livia Candiani

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di Giorgio Morale

Ogni libro di Chandra Livia Candiani sembra dire l’ultima parola del poeta sull’io e il mondo, il male e l’amore, la morte e la tenerezza, il silenzio e la parola, la tragedia dell’infanzia e la devastazione della famiglia; e ci trasmette la consapevolezza dell’impermanenza e la capacità di risuonare con gli altri, la scelta di essere con gli ultimi e la necessità di “farsi vivi”. Questo, a partire da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore” (Einaudi 2014), si ripete con “Fatti vivo (Einaudi 2017) e si conferma con “La domanda della sete” (Einaudi 2020). Fanno eccezione alcuni libri dedicati a temi specifici, come “Bevendo il tè con i morti” (Viennepierre 2007, Interlinea 2015), scritto per la morte della madre, e “Vista dalla luna” (Salani 2019), dedicato all’infanzia. Senza smentite, ripensamenti o correzioni di rotta, Chandra Candiani prosegue un cammino di progressivo approfondimento delle sue e nostre esperienze fondamentali, scavando ogni volta più a fondo, andando ogni volta più in là. Lo stupore si rinnova a ogni suo libro e ci lascia ogni volta più grati, facendoci collocare Chandra Candiani, nell’alternativa tra poeti che si stimano e poeti che si amano, tra i poeti che si amano. Senza che ne abbia a soffrire l’ammirazione per l’artista che all’ascolto per ciò che “ditta dentro” unisce la precisione della parola e la sapienza architettonica. Ciò è evidente nell’appena edito La domanda della sete.

Il corpo battello

Il libro si apre con Il corpo battello”, una sezione dedicata al corpo, e si chiude con “Gli abitanti della meraviglia”, dove sono di scena gli alberi: attraversa la raccolta un movimento dall’interno all’esterno, come nei due libri precedenti; e una analogia a distanza collega due forme di vita: “Siamo fratelli vegetali” (p. 122). “Il corpo battelloesprime compiutamente la poetica de “La domanda della sete, una tendenza attiva nelle opere precedenti ma in questa pienamente esplicitata. La modalità di scrittura prevalente, la descrizione, diventa infatti dichiarazione di poetica, nonostante alcuni squarci narrativi appaiano nell’opera di Chandra Candiani: un esempio splendido, in “Fatti vivo, la poesia “Allora senti. Tale poetica è dichiarata in una delle prime poesie della nuova raccolta: “Nuca mani e piedi / spalle petto fianchi conoscono / il mondo senza l’assedio della narrazione” (p. 10). È una disposizione di apertura al mondo organicamente innestata nel vissuto, infatti la voce parlante afferma: “Non so mai cosa è accaduto” (p. 28). È una dichiarazione di inesperienza riguardo a ciò che abitualmente è chiamato realtà, anzi una presa di distanza dalla contingenza dei “fatti”, ed è una consapevole scelta per la dimensione dello spazio e dell’abitare, che fa dire che “la solitudine è assenza di geografia” (p. 76). Vivere significa fare spazio, accogliere: “Vivere è ospitare” (p. 111). È una conferma dell’indissolubile legame tra persona e mondo:

Voglio stare dentro un paesaggio
e guardarlo piano piano
nei suoi particolari
celestiali e inesperti
con meraviglia meraviglia. (p. 25)

Strumenti principali della descrizione sono il catalogo e la nominazione. Il catalogo è un modo di dar conto dell’esperienza del mondo antecedente a quella razionalista dell’Occidente. Esso non fa violenza alle cose per farle rientrare in categorie astratte ma le lascia nella loro concretezza, facendo sì che la visione del mondo emerga dai sensi che percepiscono e non dalla mente che schematizza. Vediamo così strani cataloghi che non rispondono a classificazioni scientifiche, ma a una nuova scienza creata dal vissuto e dalle circostanze, come questo che mette insieme i lupi e le tasche:

Bisogna tacere
come fanno i lupi
e le lucciole
come fa il noce
e le tasche. (p. 22)

La letteratura comincia così, con il catalogo: la poesia con i cataloghi di Omero e di Esiodo, il romanzo con il catalogo che Robinson Crusoe approdato nell’isola dopo il naufragio stende dei suoi beni. Il catalogo implica un’opera di familiarizzazione e alla sua base c’è la nominazione, la quale esprime attenzione e cura per quanto ci circonda. Chandra Candiani lo dichiara:

Fiume monte cielo
ogni cosa dal vuoto
chiamata a nascere
nel nome. (p. 87)

Il catalogo e la nominazione esprimono così l’essere tra gli esseri:

Mi chiamo
e sono essere tra gli esseri
cipresso medusa corteccia
sasso. (p. 94)

La descrizione si carica di una valenza gnomico-didascalica che si esercita attraverso la scrittura delle “istruzioni per l’uso”. La fenomenologia del corpo diventa una ontologia in cui ogni caratterizzazione definisce l’elemento e stigmatizza una cultura. Così ne “Il corpo battello” scopriamo che “I piedi hanno un grande arco / per disegnare il bordo del mondo” (p. 6), le mani “addomesticano / il dolore, accarezzano, come un gesto / che prende il posto del pensiero” (p. 7), “L’ombelico è la nostra ferita / la ferita di essere al mondo / senza spiegazione di cielo” (p. 9), “La pelle è sempre in prima linea” (p. 10),il piede ritrova terra / si posa e con lui tutti / i contatti della mia vita” (p. 11), l’occhio è “Povero molto povero… / finché non è il mondo” (p. 12), “Le orecchie orchestrano il mondo” (p. 13), “La bocca è la cucina del cuore” (p. 14), “La voce è il bosco del volto / tutte le mirabili cose / dell’universo sono nate / dalla voce” (p. 15), il cuore è lo “straniero” (p. 16). Si conferma “l’io leggero” che troviamo nella poesia di Chandra Candiani sin da “Io con vestito leggero” (Campanotto 2005), si conferma l’attitudine allo straniamento: parlare di sé parlando del corpo fa uscire il lettore “dall’automatismo della percezione”, facendogli vedere il soggetto come se lo vedesse per la prima volta.

I testimoni glaciali

Due sezioni de “La domanda della sete” sono dedicate al male del mondo: la prima è “I testimoni glaciali”. “Sull’albero della vita / c’è posto per la malvagità” (p. 25) e Chandra Livia Candiani lo vede con lo sguardo di chi subisce il danno: “I bambini specchio / testimoni glaciali / della ferocia adulta” (p. 38). Lei stessa è un testimone glaciale: “Nella vita di tutti i giorni / porto il mio danno / come il più segreto dei doni” (p. 21). Il danno è “uno zaino feroce / non sai mai cosa contiene / non è mai vuoto” (p. 29), ma è un danno che accomuna ad altri esseri viventi, tanto che non si può “sperare in nessuno / che non sia sbucciato / fino al nocciolo asciutto / della memoria” (p. 21). Il danno “non lascia niente di convenzionale / intorno a te / solo trincee / e provvisorie vie di scampo” (p. 29), il poeta ne riporta “la pelle ustionata” (p. 21), ma è un danno che dà consapevolezza ed è occasione di rinascita:

Il danno d’inverno
fa nascere di continuo
di continuo mette al mondo
dà capogiri di gioia
per l’ordinarietà delle cose. (p. 29)

Per questo il poeta ha bisogno del male e del suo appello: “Non voglio placare / voglio inoltrarmi / ardente nel buio dei fatti / e chiamarli a raccolta” (p. 33). Anche se la realtà fa male, Chandra Candiani si augura di “sentire cose insopportabili. / Come i sapienti animali” (p. 42), per poter assolvere la funzione del testimone:

che anonima mi aggiri
tra le rovine della storia
chiamando a raccolta i nomi
degli altri, chi scampa
è rappezzatore per sempre. (p. 31)

Come quando Anna Achmatova durante le persecuzioni staliniane a chi le chiedeva “Ma lei può descrivere questo?” rispondeva “Posso” (Anna Achmatova, Poema senza eroe).

I nascosti

Un’altra sezione è impregnata del male della realtà ed è dedicata agli ultimi della società, quelli che in “Fatti vivo” sono chiamati “Chi cade” e ne “La domanda della sete” sono chiamati “I nascosti” ovvero “i sommersi, / chi fugge chi annaspa chi stenta a dire ‘io’.”. Anche questa sezione è percorsa da un giudizio sul presente: “questo mondo ubriaco di sé / non è la nostra casa” (p. 115), in esso albergano “le guerre e le segrete paci / le prigioni i dormitori di cartone / le frontiere di spalle murate” (p. 105), “l’ingiustizia il sopruso / il furto d’anima” (p. 108). Chandra Candiani non manca però di ricordare che “Se ti senti frantumabile / hai un punto di forza / da cui sentire” (p. 114) e perciò invita ad abbandonare le difese “Se avessi uno scudo frantumalo, / vieni indifeso al presente” (p. 115). Così esposta la poesia potrà essere “sentinella della memoria” (p. 110) e il poeta non asseconderà l’ipocrisia, non si metterà più “sotto il tiro / del buongiorno e della buonasera” (p. 106), anzi affila la sua invettiva:

E così voi siete i buoni.
Ai margini del conosciuto
non sostate mai, galoppate via
con finto candore devoti
all’enfasi virtuosa
senza realtà dei fatti.
La maschera è adeguata
alle nascoste umiliazioni
che infliggete sorridenti.
I fatti voi li zuccherate… (p. 113)

La domanda della sete

Tra “Testimoni glaciali” e “I nascosti” è collocata la sezione che porta il titolo del libro, “La domanda della sete”. Questa sezione è dedicata all’amore, a vari tipi di amore:

un amore grande
non l’avresti mai chiamato affetto
poi uno gentile dimentico di sé e sottopeso
ti voglio tanto bene si chiama
e uno filosofico la cura dei mortali
dei feriti degli offesi
e uno irriconoscibile
pestato a sangue sotto le suole
chiodate: il dono
che si offre agli esclusi ai violenti. (p. 54)

L’amore è come la sete, nasce da una domanda. “La sete che viene in primavera, / come animali all’acqua / portano una domanda” (p. 56). La domanda ci rende consapevoli di una carenza e ci procura insoddisfazione e sofferenza, “come un sobbalzo / un morso / di animale sbadato” (p. 57). Eppure è per noi necessaria e origina una ricerca. Grazie ad essa “le parole mi visitano / dicono che il cuore è vivo” (p. 65). Come ne “La bambina pugile”, anche qui l’amore ha una sua “precisione” e una sua esigenza etica:

Non volevo l’appello dell’amore
volevo la conoscenza
non volevo l’intesa
volevo la verità
nuda. (p. 51)

Chiamati al volo

Questa sezione è uno dei vertici del libro. La morte tematizzata in questa sezione è una presenza costante nella poesia di Chandra Candiani sin da Io con vestito leggero, per diventare protagonista assoluta in Bevendo il tè con i morti. In tutte le raccolte precedenti Chandra Candiani fa i conti con la morte di altri, amici, madre, sorella, quindi affronta la perdita e l’elaborazione della “spina acuminata / dell’assenza” (“La bambina pugile”, p. 77). Secondo filosofi e antropologi la morte è una presenza assente ed è la morte dell’altro a rivelarci la nostra morte. Come scrive Paul Landsberg, “Ognuno muore ogni volta nel prossimo che muore di una morte singolare” (L’esperienza della morte). La morte diventa così un memento della condizione umana e il “fondamento dell’individualità” (Edgar Morin, “L’uomo e la morte”). Se ne deduce che una paura della morte spinta al parossismo sia collegata a un individualismo estremo. In “Chiamati al volo” Chandra Candiani affronta la propria morte e lo fa senza quel timore indice di individualismo che sfocia nel narcisismo e nella negazione della morte. Anche questo conferma quell’io leggero di cui parlavo prima. La propria morte non fa paura ed è inserita nel mondo e nei suoi cicli: “Che io possa morire all’aperto / nel pieno di quella segreta forza / che ci sostiene e ci distrugge” (p. 95). Per il soggetto essa sarà un compimento:

Sarà meraviglioso
non tornare più
fare la conta degli elementi
e restituirli uno a uno
alle fonti
terra alla terra
acqua all’acqua
fuoco al fuoco
aria all’aria
essere spazio.
Sarà meraviglioso
ascoltare i suoni
del disfarsi, del precipitare
e slacciandosi ridare
i nomi al silenzio
e ridere e piangere
sarà tutt’uno
con vento e neve,
e la memoria
l’altra cosa che c’è
dentro ogni cosa. (p. 99)

La lezione della morte ricade sul presente e alimenta un’etica della precarietà e della impermanenza:

Credo nei fili e negli equilibri
precari, nei sentimenti
all’aperto, provati dalle bufere
spezzati dal tempo
della durezza e dell’abbandono. (p. 91)

La stessa etica che percorre la raccolta e ispira questa condotta:

restare in bilico come fa la pioggia
sui fili del bucato, come una
nuvola deserta, contare momenti magnifici
sulle dita, assaporarli come semi sconosciuti
e chinarsi fino a terra chinarsi e chinarsi
fino a essere polvere. Ecco, sei salva. (p. 39)

Gli abitanti della meraviglia

A “Il corpo battello” si collega l’ultima sezione, “Gli abitanti della meraviglia”, dedicata agli alberi e più in generale alla natura e agli animali. Gli alberi sono non simboli, non metafore, ma potenti figure archetipiche. Gli alberi esprimono il radicamento nella terra e l’elevazione verso il cielo, uniscono il cielo alla terra con il tronco e con le radici sotterranee collegano il visibile all’invisibile: “tramiti segreti / di un ciclo più grande” (p. 122). Da sempre l’albero è una figura che riassume l’universo, così come lo vide Plotino: “La vita di un grand’albero… si propaga per tutto l’albero, rimanendo in sé il principio e non dividendosi per tutto l’albero, ma risiedendo quasi nella radice: essa dunque porge tutta la vita molteplice all’albero; ma resta in se stessa, non molteplice bensì principio della molteplicità” (“Enneadi”, 8, 10). Gli alberi sono espressione della vita che si rigenera e della crescita, essi conoscono “il dritto seguire la legge ardente / che tutto genera e tutto fulmina. / Badare alle minuzie dell’insieme / senza pronunciare verbo / orologiai di un tempo privo di conteggi, / specchiare la grande corrente / e andare andare, senza altrove, / rumore di cosa che si fa e si sfa / impercettibilmente” (p. 130). Sono un esempio di condotta per l’essere umano e per l’artista: “gli alberi hanno / quel loro insegnamento zitto / della spoliazione e della gemmatura / a suo tempo, senza sogno di futuro” (p. 130). Così li vide anche R.M. Rilke: “Essere artisti significa: non calcolare o contare; maturare come l’albero, che non incalza i suoi succhi e fiducioso sta nelle tempeste di primavera, senza l’ansia che dopo possa non giungere l’estate” (“I quaderni di Malte Laurids Brigge”). All’albero viene attribuito uno degli insegnamenti del libro:

Allora il ciliegio dice:

Non usare più la ragione,
è così vecchia.
Lascialo cadere nei suoi frantumi
il vecchio cuore,
te ne daremo uno nuovo.
Sarà di lepre e di giaguaro
sarà farfalla e buco fondo
nell’asfalto, sotto il gravame
delle tappezzerie umane.” (p. 131)

Sempre vicino all’essere umano, l’albero è il non nascosto che si scopre, come scrive Martin Heidegger, “quando si aprono gli occhi, le orecchie, il cuore”. È un’antica presenza nel vissuto e nella poesia di Chandra Livia Candiani, una presenza amata e protettiva: “Mi accuccio nel tempo degli alberi / i miei profeti” (p. 132). Già nelle “Fiabe vegetali” pubblicate da Aelia Laelia nel 1984 appare una fiaba dal titolo “Gli alberi sono ragazzi”. Questo infatti costituisce l’archetipo, l’essere radicato nel corpo e nel vissuto. La figura dell’albero travalica i limiti della sezione, apportando circolarità ai temi del libro, così ad esempio nella sezione Chiamati al volo viene anticipata la fiducia negli alberi: “Credo agli alberi spogli / che scrivono se stessi in cielo” (p. 91), quasi discreti alter ego; gli alberi comunicano il sacro con “un tacere di cattedrale / vegetale” (p. 93); insegnano ad affrontare la morte: “Che possa scivolare fuori / imitando gli alberi inchinàti al cielo” (p. 95); insegnano a pregare: “Pregare è indicare, / come fanno gli alberi” (p. 98).

Talvolta è la voce parlante a parlare come se fosse albero. Come un albero il soggetto accoglie la pioggia: “Io mi inchino a te pioggia” (p. 129) e offre riparo: “Vieni a salvarti in me / ti tengo nello sguardo / il tempo necessario / a tatuarti nel cuore / della memoria, ti faccio / nido” (p. 133). Ma non c’è metamorfosi, non c’è l’eccezionalità del sentire del poeta romantico o decadente, piuttosto partecipazione alla vita del tutto:

È viva l’erba vivi i sassi
gli alberi giganteschi
secolarmente vivi,
viva è la sabbia
e vivacemente viva l’acqua
e anche la nostra sete è viva. (p. 120)

La vita però è a rischio, “Tutto è a rischio” (p. 128), perché “Il mondo non è abitabile / tutto è bruciante” (p. 109). Il poeta si assume il compito più grande “Custodisci” (p. 128), lo stesso che chiede agli alberi:

Custodite il giardino
voi betulle tu faggio rosso
custodite il nostro silenzio vegetale
l’intreccio radicale
il nostro fare stirpe
stando fermi,
sentinelle vigili
degli spazi tra i viventi
degli orli, dei vuoti,
delle forze nascoste dell’insieme. (p. 122)

Questo compito è affidato alla parola, la cui funzione attraversa come un leitmotiv tutto il libro: “tutte le mirabili cose / dell’universo sono nate / dalla voce” (p. 15), “le parole mi visitano / dicono che il cuore è vivo” (p. 65), “Un innesco di fuoco la parola / un’accensione simile al passo / quando un piede lascia la terra / quando una sillaba lascia il silenzio” (p. 116).

Cambiare l’ordine del mondo

Sono trascorsi due secoli dacché Hölderlin e Schiller innalzavano le loro elegie alla fine di un mondo. La perdita di senso per essi assumeva le sembianze dell’evento mitico dell’abbandono degli dei: “Ma vaga ahimè nella notte, vive come nell’Ade / senza il Divino la nostra progenie” (Hölderlin, “L’arcipelago”); “Senza vita, in lutto è la campagna, / al mio sguardo non si offre nessun dio, / di quella calda immagine di vita / solo l’ombra è rimasta!” (Schiller, “Gli dei della Grecia”). È quel processo che Friedrich Nietzsche ha chiamato “morte di Dio” e Max Weber “disincantamento”. Altri, da un punto di vista storico-teologico, secolarizzazione. La consapevolezza della fine di un mondo è una costante negli ultimi libri di Chandra Livia Candiani. Ma non si tratta della fine del mondo, solo della fine di una civiltà, perché in realtà “La vita è grande / le dottrine avare / le menti mercenarie / non la riguardano” (p. 36). In realtà “Cambiare il modo / di comprendere le cose / è cambiare l’ordine del mondo” (p. 100). È mia impressione che Chandra Candiani stia dando il suo apporto a “Cambiare il modo / di comprendere le cose”. La sua poesia ci porta verso un nuovo “ordine del mondo” ovvero verso un reincantamento del mondo. Gli dei sono andati via, ma sono rimasti la terra e i viventi, il cielo e l’acqua, gli alberi, la pioggia, gli animali che affollano le sue poesie, e le loro presenze crescono via via che cresce la “assenza di opinioni e di misure” (p. 98). È per questo che amiamo questa poesia, perché ci invita a salutare definitivamente il pensiero calcolante per scoprire le lacrime e i sorrisi del mondo.

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