La critica è morta, viva la critica!

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La critica è morta, viva la critica! – Atelier n. 40, dicembre 2005 – di Giuliano Ladolfi


In mezzo ad una pressoché totale geremiade sullo stato della critica, da cui mi vedo attorniato sullo scorcio di questo 2005, mi sento di proclamare: «La critica è morta, viva la critica!». Sì, la critica del “Novecento” è morta e sta nascendo un’altra critica. La sua vitalità è testimoniata dai dibattiti, dagli articoli sui principali quotidiani, dalle inchieste, dal disagio che sta costringendo a ricercare soluzioni nuove.

È bene che si proclami la fine del formalismo, dello strutturalismo, dell’autonomia del significante, del testualismo; è bene decretare la legalità della sua «eutanasia», secondo una fortunata definizione di Mario Lavagetto. È bene che in un clima di «genocidio culturale» (Carla Benedetti, «L’Espresso», 7 gennaio 2005) si leggano alcune provocazioni come quella di D’Orrico che sul «Corriere della Sera» proclama Giorgio Faletti il più grande scrittore vivente o come quella di Sanguineti che invita gli studiosi a occuparsi non solo del cabarettista-filosofo-scrittore, ma anche della bagarre sulla Lecciso.

È bene, ripeto, perché è giunto il tempo di dichiarare “la morte del re” e di inneggiare alla nuova elezione. Fin dalla fondazione di «Atelier» abbiamo denunciato l’inadeguatezza di alcuni imperanti metodi, che producevano la latitanza del giudizio argomentato, il languore del dibattito, che «invece di valutare assolve o blandisce, invece di smontare schernisce con arroganza o incensa svisceratamente; ed è sempre più raro incontrare saggi e recensioni che leggano il testo con libertà di giudizio», come sostiene Salvatore Ritrovato in un’acuta analisi della questione dal titolo La poesia nell’epoca del “genocidio culturale” (note in margine a un recente dibattito), pubblicata su «Pelagos» (n. 10, 2004).

Romano Luperini su «l’immaginazione» n. 215 del settembre 2005 confessa d’aver letto durante l’estate, invece di romanzi, opere di critica e cita tre testi Destini personali di Bodei (Milano, Feltrinelli), Eutanasia della critica di Lavagetto (Torino, Einaudi) e Sulla poesia moderna di Mazzoni (Bologna, Il Mulino). Qualcosa allora si sta muovendo. Lo deduciamo anche da altri segnali: dall’interesse suscitato dall’indagine promossa da «Atelier», come pure il n. 1-2004 della rivista «L’ospite ingrato» dal titolo La responsabilità della critica. Queste manifestazioni rappresentano soltanto la punta di un movimento che sta ormai entrando nella coscienza degli studiosi, che cercano «di trovare una via d’uscita […] attraverso la liquidazione di alcuni luoghi comuni, e prima di tutto attraverso l’abolizione definitiva di qualsiasi pretesa di “scientificità” della critica letteraria» (Mario Lavagetto).

Siamo di fronte ad una vera e propria immersione totale nella Postmodernità, non per accettarla, ma per superarla. Nessun ritorno nostalgico al passato potrà fornire la chiave per aprire la nuova porta. Occorre tracciare vie assolutamente nuove e soprattutto uscire da una condizione di “inferiorità psicologica” nei confronti della televisione o dell’industria culturale. Questi fenomeni esistono e non c’è acqua santa né psicofarmaco in grado di anestetizzare la sensibilità del critico, quando cerca il consenso della massa o l’arricchimento dei divi massmediatici.

Non c’è dubbio che la critica deve fare i conti con la realtà: i best seller fanno cassetta anche contro il parere degli studiosi, i quali hanno perso la funzione di orientamento posseduta fino agli Anni Settanta; il pubblico è incline a seguire le mode, le campagne pubblicitarie dei grandi gruppi editoriali o lo scrittore che compare sullo schermo piuttosto che argomentate e dotte valutazioni. Siamo di fronte spesso (non sempre) ad una vera e propria censura di mercato che impedisce ad autori considerati meritevoli di emergere. I maîtres-à-penser, coloro che, nonostante tutto, ancora “fanno opinione”, troppo sovente non si assumono la responsabilità di lavorare sulla contemporaneità, di non sponsorizzare le proprie case editrici, di essere imparziali, quando rilasciano interviste, quando giudicano nei premi letterari, quando scrivono sui giornali. Non basta la dichiarazione di intenti, occorrono i fatti.

Tuttavia, all’interno di questo caos di buoni propositi, di lamentele e di proposte, si rende necessario fare chiarezza: quale ruolo vuole o può assumersi l’intellettuale nella società attuale? Vuole ottenere i benefici della visibilità massmediatica come la Lecciso, come Mike Bongiorno, come la Fallaci? Sgarbi ha tracciato la strada; la cronaca rosa e l’isola dei famosi (ci sarà anche un’isola dei poeti, un’isola dei romanzieri, un’isola dei critici?) concedono notorietà, fama e denaro. Chi salirà all’onore dei rotocalchi potrà esigere compensi favolosi dagli amministratori locali, preoccupati di riempire le sale piuttosto che di sviluppare l’amore per la letteratura. Del resto, se in prima serata venisse trasmessa una rappresentazione dell’Edipo re e una partita di Champions league con squadra italiana, quale dei due spettacoli raggiungerebbe una maggiore audience?

Chi vuole il successo, rimanga pago del consenso del pubblico e dei conseguenti cospicui compensi; difficilmente, però, potrà lavorare in profondità. Chi, invece, mira ad un risultato duraturo, destinato a lasciare un segno nello svolgimento della letteratura, difficilmente potrà emergere in questo mondo dominato dal Processo del lunedì, da Affari tuoi, dai bilanci delle case editrici (principale se non unico criterio di pubblicazione), per cui tra le ipotetiche Memorie di Maradona e un’ipotetica Divina Commedia del Duemila nessun direttore editoriale esiterebbe a scegliere. È un dato di fatto e nessun appello alla coscienza, nessun discorso sul valore della poesia potrebbe indurre a mutare comportamento.

A mio parere, non si deve cadere nell’equivoco di mescolare gli àmbiti: i divi televisivi hanno diritto di cittadinanza nel settore dello spettacolo (oggi tutto è spettacolo; anche la poesia e la critica?) e, come tali, sono sottoposti a studi di carattere sociologico e comunicativo, ma, con buona pace di Sanguineti, la critica letteraria è ben altro: «interroga il linguaggio come se fosse pura funzione, insieme di meccanismi, grande gioco autonomo di segni; ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di porre al linguaggio il problema della sua verità o delle sue menzogne, della sua trasparenza o della sua opacità, dunque del modo in cui ciò che esso è presente nelle parole attraverso cui lo rappresenta» (Foucault). Ora, una simile posizione non può che essere marginale nell’effimero mondo contemporaneo (effimero mondo, più che mondo dell’effimero), ma proprio da questa marginalità, da questa povertà trae la sua forza, la sua libertà di espressione, l’assenza da vincoli ideologici, economici o di interesse. Il suo lavoro è duraturo, quando pro-getta per la “storia ” della letteratura, non per la “cronaca”, dove si domina il successo immediato prodotto spesso dall’acquiescenza al gusto del pubblico, come avviene con gli spettacoli televisivi di prima serata. Come le trasmissioni di rai educational, dovrà attendere la notte fonda, quando solo gli appassionati sanno posporre sonno e stanchezza all’ansia del sapere (a parte che ora ci sono anche i videoregistratori). Il critico che guarda in profondità deve attendere il “tempo” del pubblico («Non mi comprendete, perché non è ancora giunto il vostro tempo» scriveva Bartolo Cattafi a proposito dello scarso successo della sua poesia). Il critico letterario non è un sociologo: questi descrive e cerca una spiegazione, l’altro esprime giudizi di valore sulla base di un pensiero estetico. Certo, i due campi non si separano con l’accetta, ma una precisa distinzione di àmbiti, di metodi e di obiettivi si impone.

Chi si propone di lavorare nella critica letteraria deve accettare la frammentazione postmoderna e ricercare nuovi centri e nuove periferie, deve lavorare sullo steineriano «primario» senza limitarsi a consultare gli scaffali delle grandi case editrici. La possibilità di un pensiero non condizionato si trova assai più spesso presso la piccola editoria, che ha il coraggio di puntare sulla qualità, sulle riviste, sui blog, in tutti quei “luoghi” dove l’espressione ricerca la coerenza con se stessa (non dico la verità), lo studio mai appagato di risultati e l’onestà di giudizio come stimolo e ricompensa.

Non si può servire a due padroni: al successo e alla storia letteraria. Una volta compiuta la scelta di campo, occorre adattarsi consapevolmente ai limiti e ai benefici. Non serve a nulla piangersi addosso, serve molto di più rimboccarsi le maniche e discutere preventivamente per giungere attraverso approssimazioni successive alla condivisione di idee e all’elaborazione di nuovi metodi, che possono anche essere molteplici e complementari.

Ma a questo punto siamo già “oltre” il Novecento e il nuovo re ha concentrato nelle sue mani un nuovo potere.

Giuliano Ladolfi

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