In ricordo di Franco Loi

Franco Loi, nato a Genova nel 1930, si è spento ieri a Milano. Raffinato interprete dialettale, dopo aver fatto il ceramista, l’operaio ed essersi diplomato in ragioneria, diviene impiegato all’Ufficio stampa della Mondadori. Incomincia a scrivere a 35 anni e la prima pubblicazione di alcune poesie avviene nel 1972 sull’Almanacco dello Specchio. Successivamente pubblica una ventina di libri con raccolte di poesie o poemi, fra cui ricordiamo: Strolegh, Teater, L’Aria, Liber, L’Angel, Amur del temp, Lader de Diu.

 

Si riporta qui – in memoria del poeta – la prefazione alla raccolta di poesie Lader de Diu (Quando Dio canta), Borgomanero, Ladolfi, 2013, scritta da Giuliano Ladolfi, e tre poesie di Franco Loi.

 

«Come abbiamo bisogno di Dio! come siamo lontani!»: questo il tormento dell’uomo e del poeta, questa è la meta della sua quête, questa è l’angoscia di una vita e di una condizione.
I versi di Franco Loi sono religiosi nel senso più profondo del concetto: Dio si trova insito nel suo intero essere, nel suo pensare, nel suo agire, nel suo amare; per lui è l’Alfa e l’Omega, è la gioia e il tormento, è presenza e assenza, è voce ed è silenzio, è realtà e sogno, è verità e assurdità; Egli è vivo e operante nel rapporto con il mondo.
In questi versi si avverte l’atmosfera dei Salmi, ricreata in un modo assolutamente originale: c’è lo spirito della Parola di Dio, non un vezzo letterario; si sente l’identico vigore della preghiera, che spinge ad interrogarci, a mettere a nudo le nostre debolezze, a fare i conti con i nostri problemi. Siamo lontano da ogni celebrazione rituale; ci troviamo all’interno di una fede “inculturata” nel pensiero, nell’arte e nella vita; siamo attratti irresistibilmente da queste parole così “pesanti”, così immerse nella “cosalità” concreta e contemporaneamente così impalpabili e così estese.
Dio è luce, Dio canta, Dio affascina, Dio si nasconde fra i patimenti umani («Nel ventre della vita Dio ti fruga»), Dio ci ubriaca quando riempie la totalità del nostro misero essere («io che m’abbandono / sono di Lui una goccia / che nel dirsi diventa mare»), Dio è uno smarrirsi nella «voce che corre su un filo del suo chiamare», Dio è il secondo papà, con cui parlare, con cui confidarsi al punto da smarrirsi («Poi io mi perdo») in un’ebbrezza mistica che appaga l’essere.
Queste composizioni emanano un profumo grazia, di umiltà, di trepidazione, di serenità, perché Egli è l’espressione della nostra nostalgia: «Et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in Te» dice Agostino. Ma Loi dal santo non accoglie la tragedia della conversione, l’epicità della ricerca, Dio è quella “voce di silenzio” di cui parla Gianfranco Ravasi: «Attraverso lo strumento della poesia si riesce a dire Dio nel modo più folgorante possibile perché per la Bibbia il Logos divino si fa sarx, “carne”, e quindi s’incarna in parole concrete. Si pensi solo a quel verso incastonato nella narrazione dell’incontro di Elia con la teofania dell’Horeb. Quel Dio che non è nel frastuono del vento tempestoso, della folgore accecante e del terremoto devastante, è invece in una qol demamah daggah, cioè in «una voce di silenzio sottile» (1 Re 19,12), stupendo ossimoro per indicare una rivelazione che si attua nel silenzio “bianco” del mistero, compendio di tutte le parole possibili, così come il nome divino JHWH impronunziabile, racchiude in sé tutta la realtà liberatrice del divino (Esodo 3)». Dio è il de-siderio e l’uomo è un desiderans, un soldato che sta sotto stelle in attesa di chi non è ancora tornato.
E da questo concetto il poeta deriva la considerazione dell’uomo, della società attuale e della realtà.
«Siamo nella nebbia del nostro faticare»: la condizione umana ci rende consapevoli della nostra sofferenza di un essere testo all’infinito e confinato nel limite, che lo rende «mezzo dio e mezzo scolo del water»
La raffigurazione dell’attuale società trova l’emblema nella città di Milano («Ah mia Milano, città che ormai si sfascia / tra Humsu, Queens e Baj, uomini rintronati, / vien voglia di scappare soltanto a guardarti…»), dove si aggirano «donne vestite di signorilità agli occhi» e dove domina soltanto la spasmodica esigenza di apparire, dove il volto del consumismo svela tutto il suo kitch e il ogni tipo di mancano di gusto («Quando andiamo in bus, non è che vediamo fiori, / ma Dior e Casabella, Beuty e Food») affondandoci «nell’inferno».
Milano, tuttavia, è anche motivo di incontro con la vita: «Se cammino per Milano in una qualche strada, / parlo con gli alberi, parlo con le pietre, / ché di parlare cerco sempre con la vita», quella stessa vita che palpita nella natura, verso la quale manifesta evidenti momenti di misticismo: «ero la vita nel suo aperto abbandono».
Ma il mondo si sta sgretolando («Il mondo si sgretola, petrolio, uranio e vento, / e chiacchiere chiacchiere chiacchiere, una pioggia di saliva, / è il valzer dei cervelli che rovescia del mondo / e va in malora il soffio del sentimento…»), sta diventando lo specchio di una società fatua, dedita soltanto agli affari, allo spettacolo e alla moda: «Ah mia Milano, città che ormai si sfascia / tra Humsu, Queens e Baj, uomini rintronati, / vien voglia di scappare soltanto a guardarti…»; tutto appare in decomposizione («Il mondo si sgrana come fa il frumento») e la responsabilità va fatta risalire all’uomo «che deturpa il mondo», che lo inquina, e «non sappiamo più a che santo votarci, come calmare il vento, / fermare questa bestia e salvare almeno l’essenza delle cose».
Lo sconforto, però, non si volge mai in disperazione, perché sa che Dio misteriosamente è presente negli avvenimenti umani: «Un giorno ho visto la luce al di là del muro, / e mi piaceva e io ridevo alle genti / e tutto era un cantare fuori di me…» e il superamento del muro montaliano che ha in cima «cocci aguzzi di bottiglia» testimonia la felicità per la fine del lutto novecentesco, il cui “varco” è stato trovato, felicità la cui più autentica espressione è il canto. Canta il poeta, canta Dio, canta il mondo: melodia e armonia si fondono in un’architettura musicale che inonda lo spirito. Per tale motivo il pessimismo che deriva dalla sconsolata visione di un presente avvilente lascia spazio ad un inno francescano («dobbiamo ringraziare persino l’aria che respiriamo») in cui tutto l’universo viene riscattato dal limite causato dalla debolezza umana.
Anche la percezione di nullità provata dal poeta di fronte all’Assoluto («Ah Dio, io non so più niente») non si trasforma né in forme di titanismo romantico né in forme di deprezzamento della materia, ma in sommessa preghiera che comporta l’accettazione di una condizione di tensione inappagata, anche se inebriante: «ho bisogno di Te, come un gioco di carte».
La solitudine del cittadino globale (mi si passi questa espressione del sociologo Zygmunt Bauman) per merito di quest’apertura densa di speranza e di gioia, si tramuta in umiltà, dolcezza e confidenza, sentimenti venati, sì, da nostalgia (dolore per la lontananza dalla casa del Padre), ma anche da un legame (re-ligare) che permette al poeta di percepire un soffio di eternità.
E proprio in questa “tensione sinallagmatica” di presente e futuro, di materia e spirito, di tempo e di eternità va interpretata anche la scelta stilistica di un’unione intima tra concretezza di metafore quotidiane come il pane, il cane, la spazzatura, e l’indeterminatezza della luce, del vento, dell’aria, che nella concretezza ontologica di una reale percezione sensoriale risultano privi di dimensioni e non completamente dominabili.
E proprio qui sta la cifra della poesia di un autore che ha scelto il dialetto per sottrarre la poesia dal museo di cartapesta di settecento anni di retorica, che ha scelto il dialetto per cantare, come Dante con il fiorentino trecentesco, l’ineffabilità della «gloria di Colui che tutto move», dell’amore di Colui che bussa alla porta di ogni cuore umano.

Giuliano Ladolfi

Nota: le citazioni sono riportate unicamente nella versione italiana.

 

*

 

QUANDO DIO CANTA

Lader de Diu

L’idea di un Dio offende
l’intelligenza, ma è anche l’unica
idea che la soddisfi.

Nel venter de la vita Diu te ravàna.
Cume ciamala sta spina che dà rös?
L’è ‘me ‘n princìpi, ‘na fen, un grattacü,
‘na vespa che te spung e che te ciama,
e tì, ‘m’i surd e i òrb, sensa respund.
Mì Diù su no chi l’è, su niente de lü…
…l’è ‘me ‘na vûs de vûs che parla dent
e ciama dent un corpo al bienti de lü.

Nel ventre della vita Dio ti fruga.
Come chiamarla questa spina che crea rose?
È come un principio, una fine, un’inquietudine,
una vespa che ti punge e t’invoca,
e tu, come i sordi e gli orbi, non rispondi.
Io Dio non so chi è, non so niente di lui…
…è come una voce di voce che parla dentro
e chiama dentro un corpo al nulla di lui.

 

*

 

Quan’ vèm in buss, l’è no che védum fiur,
ma Dior o Casabèla, Baeuty e Food…
gh’è vün che ‘l varda mal, ‘n òlter che ‘l sbigna
e quèl cul Tim che se sa mai sé ‘l fa…
e auto che s’impignen, i câ sprangâ,
e ‘n quaj ‘durment che ‘l parla ‘merican…
Ah mia Milan, citâ chela se desfa
tra Humus, Queens e Baj, òm baraban,
vègn vöja de scapà dumâ vardat…

Quando andiamo in bus, non è che vediamo fiori,
ma Dior e Casabella, Beuty e Food…
c’è qualcuno che guarda male, un altro che spia
e qualcuno col Tim che non si sa mai cosa faccia…
e auto che s’accodano, casa sprangate,
e qualcuno addormentato che parla americano…
Ah mia Milano, città che ormai si sfascia
tra Humsu, Queens e Baj, uomini rintronati,
vien voglia di scappare soltanto a guardarti…

 

*

Ah Diu, ‘me sèm balurd! ‘me vùlum via!
cume l’è poche l bel penser de l’àlter…
Camìnum nel gran scür de la gran via
A quan’ se séntum sul gh’è semper ‘n àlter
Che ‘l fa i tò vestì, i scarp, el pan
E nel pensà i sò ròbb se möv per l’alter
intant che fra i penser el fa andà i man…
E nüm? mai che ghe pénsum, ma che sògnum
de vèss vün cunt el mund, de vèss patàn
e rengrassià fen l’aria che respirum…
Se stréngium int i vestì, sgàgnum el pan
e càntum l’Avegloria aj noster vörum.

Ah Dio, come siamo balordi! come ci perdiamo nell’aria!
come è sempre troppo poca la preoccupazione per gli altri…
Camminiamo nel gran buio della gran via della vita
e quando ci sentiamo soli c’è sempre un altro
che fa i tuoi vestiti, le scarpe, il pane
e nel pensare alle sue cose si muove per gli altri
mentre fra i pensieri mette in moto le mani…
E noi? mai che ci pensiamo, mai che sogniamo
di essere una cosa sola col mondo, di essere bambini
e che dobbiamo ringraziare persino l’aria che respiriamo…
Ci stringiamo nei nostri vestiti, mordiamo il pane
e cantiamo l’Avegloria soltanto ai nostri desideri.

 

 

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