Guido Mattia Gallerani, I popoli scomparsi (peQuod, 2020) – Anteprima editoriale

Guido Mattia Gallerani insegna all’Università di Bologna. Collabora con il Poesia Festival della provincia di Modena, città in cui è nato. Ha co-diretto il trimestrale Atelier: rivista di poesia, critica, letteratura. Nel 2014 ha pubblicato Falsa partenza (Ladolfi editore, finalista Ceppo Under 35), nel 2015 un’edizione commentata assieme ad Alberto Bertoni del Quaderno di quattro anni di Eugenio Montale (Mondadori). Ha tradotto Guy Goffette (Kolibris) e i sonetti di William Shakespeare (Giunti).

Un’anteprima da I popoli scomparsi, di prossima uscita come titolo inaugurale della nuova collana «Quai des Boompjes», pubblicata da peQuod e diretta da Valentino Ronchi

LE AMAZZONI

Nell’arcipelago delle isole azzurre
abitavano sogni acuminati di spade
le seguaci di Atalanta
dalle grandi caviglie, esperte nella corsa
e nel getto della lancia.

Seminando parimenti amori e disgrazie
sbarcavano dalle fuste e dagli sciabecchi
sulle canoe di pescatori e villeggianti
entrando per secoli negli occhi
degli uomini evirati dai dardi.
Si procacciarono il vivere
infilandosi tra le montagne
e lassù, nascoste nella pace
ottenuta col terrore,
distese consumavano
gemme e bacche, nuotando
come sorelle delle nebbie
ai fianchi del lago.

Dall’acqua fluorescente,
figlie verdi delle alghe,
emergevano scolpite dalle lotte
e col seno marchiato dal ferro, infuocato
da un orgoglio doloroso e fiero
incitavano le altre ad uccidere
chi fosse stato incapace di amarle.

I VANDALI

Scorrazzando per lande innevate
col favore delle tenebre
per fuorviare le piste,
le tracce sulle strade romane,
scendevano con le asce
sulle pietre miliari
sfoggiando oltre le spalle
cascate di cenere
e in colonna dietro a cavalli stanchi
senza ferri agli zoccoli o bardature,
trascinati nell’acqua del fiume
che lava le lordure e il sangue,
essi vennero di notte a noi
alla linea tracciata sulle carte,
al centro del sorpasso
sull’erba morta
alla cinta delle mura.

I fuochi duellavano alla pari con le stelle,
prima che fosse opaca la luce della luna,
ma ancora questi spaccavano
con le nuove asce, le voci senza ascolto
che cantavano spaventose dal bivacco.

All’inizio solo una fanciulla, le vesti strappate
tra le carcasse abbandonate ai piedi degli Esker
fu soccorsa in ritardo sul passo del ritorno.
Appiccate le fiamme alle capanne
isolate dai corpi centrali
giunsero i saccheggi rincorsi
dalle dicerie, dal fragore degli echi.

Infine con la forza del gruppo
penetrarono oltre i cartelli pietosi,
intagliarono di sfregi i tavoli,
occuparono per giorni i nostri ripari
e quella scena straniera rase al suolo
la casa di pietra, il posto preferito
e sereno, mentre l’orgoglio di antiche asce
unito alla testardaggine dell’elmo
lasciava a soqquadro
la piccola e remota biblioteca
e dalle vetrate spalancate
coriandoli bianchi
di trombe d’aria e di carta.

I PUNK

Incerti tra il babelismo verticale
delle chiome e una scapigliata
fluorescenza delle tinte
andavano alla mascherata compatti
nel combattuto chiasmo del vestiario.

Portavano la cresta viola
come i cavalieri romani
e i corazzieri italiani.
Repulsione destavano
all’entrata nell’aula
davanti ai giudici in toga.

Volendo annunciarne la fine,
negli anni ’80 divennero i cattivi
di tutte le anime del progresso.

Accorpati alla classe dei nemici
a uno a uno li cacciarono
dal teatro urbano, molti ne dilaniarono
i dobermann dell’unità cinofila.

Furono fatti esplodere
in bulbi di luce venosa
dai pugni e dai calci
di Ken il guerriero.
Vennero investiti da Mad Max
sulle strade australiane.

Sotto lo sguardo di fanciulli persi,
finirono giustiziati a morte
sullo schermo, pubblicamente –
loro innocui gladiatori di spray,
precursori dagli elmi rosa.

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