Gabriela Mistral, “Sillabe di fuoco” (CapoVersi, Bompiani 2020) – anteprima editoriale Atelierpoesia.it 

Gabriela Mistral, “Sillabe di fuoco” (CapoVersi, Bompiani 2020) – anteprima editoriale Atelierpoesia.it 

Gabriela Mistral, pseudonimo di Lucila Godoy Alcayaga, nacque a Vicuña, in Cile, nel 1889 e morì a New York nel 1957. Insegnante e pedagogista, con il crescere della fama letteraria iniziò a ricoprire numerosi incarichi di rappresentanza ufficiale presso varie istituzioni all’estero, fino alla nomina a console del Cile a New York nel 1953. Nel 1945 vinse il premio Nobel per la letteratura con questa motivazione: “Per la sua opera lirica che, ispirata da potenti emozioni, ha reso il suo nome un simbolo delle aspirazioni idealiste di tutto il mondo latinoamericano.”
Matteo Lefèvre è nato a Roma nel 1974. Insegna Lingua e traduzione spagnola all’Università di “Tor Vergata”. Critico, traduttore e poeta, ha pubblicato saggi e monografie sulla lingua poetica del Rinascimento spagnolo, sulla traduzione letteraria e specializzata e sulla lirica ispanica del Novecento. Ha tradotto poesia, narrativa e saggistica. Collabora attivamente alle iniziative dell’Istituto Cervantes e di altri enti legati alla promozione delle lingue e culture iberiche in Italia.
(da “Sillabe di fuoco”, CapoVersi, Bompiani, 2020)

 

PUERTAS

Entre los gestos del mundo
recibí el que dan las puertas.
En la luz yo las he visto
o selladas o entreabiertas
y volviendo sus espaldas
del color de la vulpeja.
¿Por qué fue que las hicimos
para ser sus prisioneras?
Del gran fruto de la casa
son la cáscara avarienta.
El fuego amigo que gozan
a la ruta no lo prestan.
Canto que adentro cantamos
lo sofocan sus maderas
y a su dicha no convidan
como la granada abierta:
¡Sibilas llenas de polvo,
nunca mozas, nacidas viejas!
Parecen tristes moluscos
sin marea y sin arenas.
Parecen, en lo ceñudo,
la nube de la tormenta.
A las sayas verticales
de la Muerte se asemejan
y yo las abro y las paso
como la caña que tiembla.
“¡No!” dicen a las mañanas
aunque las bañen, las tiernas.
Dicen “¡No!” al viento marino
que en su frente palmotea
y al olor de pinos nuevos
que se viene por la Sierra.
Y lo mismo que Casandra,
no salvan aunque bien sepan:
porque mi duro destino
él también pasó mi puerta.
Cuando golpeo me turban
igual que la vez primera.
El seco dintel da luces
como la espada despierta
y los batientes se avivan
en escapadas gacelas.
Entro como quien levanta
paño de cara encubierta,
sin saber lo que me tiene
mi casa de angosta almendra
y pregunto si me aguarda
mi salvación o mi pérdida.
Ya quiero irme y dejar
el sobrehaz de la Tierra,
el horizonte que acaba
como un ciervo, de tristeza,
y las puertas de los hombres
selladas como cisternas.
Por no voltear en la mano
sus llaves de anguilas muertas
y no oírles más el crótalo
que me sigue la carrera.

Voy a cruzar sin gemido
la última vez por ellas
y a alejarme tan gloriosa
como la esclava liberta,
siguiendo el cardumen vivo
de mis muertos que me llevan.
No estarán allá rayados
por cubo y cubo de puertas
ni ofendidos por sus muros
como el herido en sus vendas.
Vendrán a mí sin embozo,
oreados de luz eterna.
Cantaremos a mitad
de los cielos y la tierra.
Con el canto apasionado
heriremos puerta a puerta
y saldrán de ella los hombres
como niños que despiertan
al oír que se descuajan
y que van cayendo muertas.

 

PORTE

Tra i gesti del mondo ho avuto
quelli che offrono le porte.
Nella luce io le ho viste
o sbarrate o semichiuse,
che mi girano le spalle
dal colore della volpe.
Ma perché le costruiamo,
per finirne prigioniere?
Del gran frutto della casa
sono la scorza più gretta.
L’amico fuoco che accolgono
alla strada non lo donano.
Il canto che qui cantiamo
lo soffoca il loro legno
e alla gioia non invitano
come aperta melagrana:
Sibille piene di polvere,
mai fanciulle, nate vecchie!

Sembrano tristi molluschi
senza marea e senza spiagge.
Sembrano, per il cipiglio,
nuvole nella tormenta.
Alle verticali tuniche
della Morte esse assomigliano
e io le apro e le attraverso
come una canna tremante.

“No!” dicono alle mattine
anche se dolci le bagnano.
E poi “No!” al vento marino
che alla loro fronte batte
e al fresco odore dei pini
che viene giù dalla Sierra.
E proprio come Cassandra
non salvano anche se sanno
perché il mio duro destino
attraversò la mia porta.
Quando busso esse mi turbano
come già la prima volta.
Il secco architrave brilla
come la spada sguainata
e i battenti si rianimano
come agili gazzelle.
Entro come chi rimuove
da un volto coperto un velo,
ignorando ciò che serba
per me la mia casa angusta
e mi chiedo se mi aspetti
la salvezza o la condanna.

Voglio andarmene e lasciare
la faccia di questa Terra,
l’orizzonte che si spegne
di tristezza come un cervo,
e le porte degli uomini
sigillate come pozzi.
Per non tenerne più in mano
le chiavi di anguilla morta,
e non udirne più i sibili
che rincorrono i miei passi.
Le attraverso senza pianto
per l’ultima volta ormai
e trionfante mi allontano
come la schiava liberta,
seguendo la massa viva
dei miei morti che mi spingono.
Non resteranno incastrati
tra i cardini delle porte,
mai più oppressi da quei muri
come un ferito fasciato.

Verranno a me senza velo,
ariosi di eterna luce.
Canteremo quindi insieme
sospesi tra cielo e terra.
Con il canto appassionato
butteremo giù ogni porta
e usciranno da lì gli uomini
come bimbi che si svegliano
ascoltandole crollare
e cadere a terra morte.

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