Fotografia di proprietà di Daniele Ferroni

Francesca Serragnoli, La quasi notte. Recensione di Michele de Virgilio

Compattezza tematica, potenza e duttilità delle immagini, ritmo e sonorità a scatti, con accelerazioni e rallentamenti, giravolte e accadimenti. Le caratteristiche tipiche della poesia di Francesca Serragnoli risultano ardenti al massimo in questa nuova silloge in cui la tradizione poetica europea si sposa con acredine a una sapienza antica.

“Sono una in cui la guerra\ ha costruito appartamenti di lusso” scrive a un certo punto l’autrice in una delle sue poesie più belle. E un attimo dopo è lì pronta a prenderci per mano e a farci girare nelle sue stanze. Potrebbe sembrare strano, ma l’invito che questo libro rivolge al lettore è proprio quello di guardare in faccia la vicenda umana con gli occhi di chi ha imparato ad amare soltanto la ricerca, come suggeriva di fare il grande filosofo francese Jacques Maritain, non a caso citato tra gli Appunti sparsi del poeta posti alla fine della raccolta.

Va subito detto, allora, che con la sua voce sobria e ormai riconoscibile la Serragnoli riesce (anche in quest’opera) a raccontare in modo convincente vicende che sono soltanto sue ma che pure appartengono a tutti, in quanto tutti sapevamo in qualche modo di conoscerla.

Appartengono alla sua storia familiare, innanzitutto a quel padre portato lì, “seduto senza far niente”, i rimandi puntuali, le persone, gli occhi, le parti di alcuni luoghi –come l’ex orfanotrofio delle monacelle a Matera- gli anfratti del pensiero.

Leggendo questi testi abbiamo l’impressione di vedere per la prima volta ciò di cui essi parlano, anche se sappiamo benissimo che non è così. Vorremmo fermarci, prenderci un Tè, ragionarci su, ma l’autrice ci avverte: “Ragionare sulla poesia è come tenere in equilibrio tre arance con due mani e sentirne sempre cadere una.”. C’è da fidarsi.

 

POESIE DA “LA QUASI NOTTE”

 

Sono una in cui la guerra
ha costruito appartamenti di lusso
potrai vedere un’ombra andare e venire
una luce accendersi nelle stanze
baci cadere nel vuoto da tovaglie
e una terrazza ai piani della sfinge
cose che vogliono essere viste
nella posizione dell’amore.

 

*

 

Quando due mani si sfiorano
sguscia via il tuorlo intatto dell’alba
le attraversa un addio di grazia, una gola
ostile ai ganci, alle promesse
divaricata come nelle nascite
una gioia di sguardi attratti
dall’odore verticale dei pini
e una bocca aperta nei nidi.

 

*

 

Si dovrebbe avere il coraggio di morire
in un luogo dove la vita si ricompone
osservando un albero che abbiamo amato
portare mio padre lì, seduto
senza far niente
insieme al vento dolce
che lo porterà via, un giorno

rimanere fuori casa
non è più un pericolo
il sorriso del primo sole di maggio
ha per i vecchi il pudore di una madre
le rondini girano attorno
come una mano che sbatte
un uovo con lo zucchero

non c’è fretta, prenditi tutto il tempo
di mangiare e alzare gli occhi
contro quel volto scolorito
che torna a riprenderti la mano
ed io dividerò con lei
un cucchiaio e poi l’altro.

 

 

FRANCESCA SERRAGNOLI è nata a Bologna nel 1972 dove si è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio (Bologna 2003, nuova ed., Raffaelli, 2012), Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010) e Aprire di là (Lietocolle – collana Pordenonelegge, 2016).

 

 

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