FLASHES E DEDICHE – 1.3 – FLY PACINI FLY

È uscito recentemente per Amos Edizioni  A27 poesia, una nuova ed interessante casa editrice, l’ultimo lavoro del poeta fiorentino Bernardo Pacini. FLY MODE si pone subito all’attenzione (oltre che per le elevate doti stilistiche che da sempre contraddistinguono Pacini) per come è stato pensato e realizzato il libro. Costruito con una architettura solida e possente è un vero e proprio “concept book”, motivo questo che già di per sé, si eleva dalla pletora contemporanea di poeti fotocopia. Le sezioni in cui è suddiviso richiamano, a livello di significanza, modalità e commistione tra umano e tecnologico. Da un ironico e luziano “Alto levato drone” a “DCIM” con la memoria fissata ma sempre  soggetta ad essere volatile, arrivando a “FAQ” esistenziali. Tralasciando l’indiscutibile originalità del lavoro, mi voglio soffermare soprattutto sull’opera di recupero e immersione che l’autore ha fatto sulla soggettività. Quest’IO che nei photocopy poets soffre di aberratio e di lesa maestà, viene sventrato e proposto a più dimensioni: un drone, il volo del drone, la mnesi e l’operatore che muove il drone.  Gran bel lavoro quello di Pacini che merita sicuramente letture critiche più profonde di queste brevi righe, giocato su parallelismi e rivelazioni continue, senza mai alcuna caduta di tensione, un fly giocato ad altezze veramente notevoli.

 

 

Io, drone alto levato
sono un prototipo-campione
di umanità
il mio status corrente di innocuo bombo radiocomandato
per vezzo ecologico dirottato oggi in città
verso il Polmone Verde Sperimentale di Prato
delinea per me ora un orizzonte d’attesa
di 30 metri altezza massima e raggio limitato
credo sia tutta una questione
di bassa autonomia
la batteria che cala troppo presto
il falso peso di una pietà virtuale dello sguardo
che quanto più registra tanto meno guarda
eppure ammetterai / che tale elevazione / è pura trascendenza

per esempio, chi e cosa potrà impedirmi
di prendere e partire per un lungo viaggio
…vedere in HD le stanze vaticane
l’Alhambra, la casa etrusca del lucumone
il mistero delle grandi rocce del Grand Teton?

 

Accadeva nel mese di agosto, quando a valle
sbraitavano fisarmoniche alla sagra del paese.
La madre gli imponeva di scendere nella notte.

Aveva precisa indicazione: far alzare “drastikà” i volumi
cosicché lei potesse sentire meglio
e dall’alto del colle, danzare.

Rincasava con sbreghi sui polpacci
e buchi sui calcagni / per darle un dispiacere
le diceva «Sono felice di essere rimasto
per poco tempo

nello sguardo scomposto del tasso
che con me risaliva la macchia
di erica e lentisco.»

 

 

Walkera

(per Clarissa)

Ogni giorno che passa sono obbligato a vederti
mentre vai nella direzione opposta / sulla mia stessa linea
lanciata da chi, guidata da cosa, venuta da dove.
Non mi somigli, c’è una strana affinità. Mi piace immaginare
che gli impercettibili scarti nella rotazione dell’elica
le sfumature del tuo amabile ronzio siano messaggi per me
lo sfarfallamento di un ciglio che vorrei ancora comprendere
cui vorrei rispondere / come la prima volta.
Sei sempre dentro di me, letteralmente:
salvata in DCIM, in ordine per data.
Appari all’incirca al minuto 17
eccetto il martedì – che prendo un’altra strada.

 

Irreversible return to land

 

Vorrei una sera dopo il volo
tu mi lasciassi acceso per errore
una falla in quel sistema perfetto
di logiche e abitudini.
Desidero vedere
la stanza in un fotogramma statico
schermata dal contenitore di polistirolo
che mi ottunde la vista
cogliere un dettaglio in quiditate
senza per forza doverlo registrare
la noia di riviste impilate senza garbo
un fazzoletto invaso di scritte illeggibili
piccoli ricordi insignificanti
di quando eri bambino e poi la tenda, mai lavata
un bozzolo di calze masticate tra i cartoni da buttare.
(Qui c’è un gatto?
Dietro un sensore spento mi dico – non è detto
che qui da qualche parte viva un gatto).

 

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