Farsi amica la notte, di Guglielmo Aprile

Ultimo aggiornamento:

Guglielmo Aprile

Farsi amica la notte

Giuliano Ladolfi Editore, 2020

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Recensione di Carlo Di Legge

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Scrive Ladolfi nella prefazione che il rapporto di continuità di questa alla precedente silloge consiste nell’ assenza, in quest’ultima, di ogni “possibilità di autenticità” (p. 10) e di salvezza, per cui, nella “deriva nichilista”, presente in assoluto e non in ordine a un momento storico, “la questione demolisce le radici dell’intera civiltà” (p. 11). Nel precedente Il talento dell’equilibrista, a mio modo di vedere, le premesse e le conclusioni erano tuttavia uguali. Non v’è differenza allora? Se una differenza qui posso vedere, è proprio a partire da questa raccolta, p. e. dal titolo suggestivo Farsi amica la notte.

Di notte si deve parlare (per inciso: la mia più recente pubblicazione sul blog Transiti poetici è, appunto, Ai mercati della notte). Ma l’assunto è farsela amica: in qual modo si tratta di farsi amica la notte? Ladolfi vede bene che il poeta non risponda, se si tratta di cercare una pur “tenue possibilità di risalita” (p. 11). E non c’è dubbio, infatti, che l’autore prosegua, forse anche con veemenza maggiore e direi anche con proprietà e inventiva maggiori, nel suo trovare immagini felici (?) al degrado, allo sfascio, alla decadenza, alla catastrofe, al paesaggio post-apocalittico: basta scorrere tutta la raccolta.

Le immagini che Aprile usa mi sembrano appropriate variazioni sul tema, senza per questo generare stanchezza, basta leggere con un minimo di partecipazione: meglio vaccinarsi col dormire, sventando il pericolo della follia (p. 35), perché per vivere bisogna essere folli, ma si potrebbe considerare anche una sola poesia per rendere l’idea, come Finis mundi (p. 64) o Chiunque potrebbe colpire (p. 66) o Frontiera (pp. 70-71). Nonostante tutto ciò, un barlume d positività brilla nel buio e nella immagine insistita della nebbia (pp. 23, 26, 54, 56, 57, 69…) s’insinua quello che Ladolfi definisce “lirismo” che egli attribuisce all’ultima sezione “Breve candela spegniti” (pp. 79 sgg). Ma era già prima: e cosa sarebbe intitolare la penultima sezione Gibilterra, se non andare a ricercare nel mito collettivo delle colonne d’Ercole, dunque nel grande repertorio d’immagini dell’umanità, qualcosa che dia ragione – ma una ratio dell’irrazionale, dell’assurdo.

Farsi amica la notte non è soltanto apprendere a convivere (p. 92, “Vivere è anche possibile, a patto/però di una dose di sventatezza…”); concludere armistizio (p. 94) o stipulare “accordo di non belligeranza” (p. 95) apprendendo a “conviverci, con la bestia”; non è solo guardarsi bene dal fare alcune cose, venire a patti; essere con questa donna di vento e di nebbia, non certo amata ma trovata per tutto il tempo e onnipresente, celata agli angoli dello spazio, pronta a venir fuori. Credo che il modo maggiore di ricerca che il poeta abbia, egli non lo dica esplicitamente, ma ne scriva, senza nominarlo, ed è fare poesia usando, in un modo singolare, che appartiene a lui solo, immagini della storia, che esplicitamente presentate alludono, come per sfinge e di mimiche etrusche. La poesia sono le immagini, il linguaggio, il modo. Questi non vengono mai smarriti e mi pare importante. Nonostante sia problematico (da sempre) il nesso tra parola e cosa (p. 29), la scrittura di Aprile è chiara e noi sappiamo cosa voglia dirci. O crediamo di saperlo, anche se ci giriamo dall’altra parte. Se a sera, rientrando a casa, so che quel luogo non è mio né d’altri, non è un sollievo? Finalmente! A pensarci, potrei sempre trovare qualcosa di positivo in questo sapere.

Se la poesia dell’autore offrirà un altro spiraglio, oltre quelli che già contiene, saranno i prossimi versi a dirlo. A me pare tutto questo pare un ottimo passo, che può restare e muovere in se stesso, o procedere ad altri messaggi della poesia, e i messaggeri che vengono da anni luce siamo noi.

 

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