Beatrice Zerbini, inediti

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Beatrice Zerbini è nata nel 1983, a Bologna, città in cui vive e lavora. Ha collaborato, negli anni, con quotidiani e riviste, per la stesura di articoli, racconti e sceneggiature. Dal 2006 gestisce la pagina online In comode rate. Poesie ed eventuali. A gennaio 2020, è uscita la sua prima silloge poetica In comode rate. Poesie d’amore (Interno Poesia), oggi alla terza ristampa.

Beatrice Zerbini
(inediti)

Potrei scriverti una lunga
lettera,
per spiegarti con parole
– se lo vuoi –
di che cosa tu mi spogli,
come tu abbia fatto piccolo
questo corpo amato male.

Ma rimanevo nel cortile,
seduta sui gradini,
nei primi pomeriggi
digeriti dagli anziani
nei letti di sopra
delle case popolari:
e da lì ti scriverei
con la mano più grande,
con l’identico cuore:

io sono una che piange
una cornacchia che sguazza
nel parcheggio soleggiato
sullo svincolo.

Nel becco,
con la mia identica gioia,
divora un grande pezzo
di carta stagnola.

*

– Non mi tolga tutto il lutto, dottoressa,
me ne lasci la metà;

io non voglio che il mio cuore
sia sgombro per intero,
mi lasci la mancanza:

faccia male di notte,
se non dormo, ma se dormo,
se possibile, vorrei
non svegliarmi nel buio,
come se
non potessi respirare.

Mi tolga
l’impossibile che è che non si possa
più ascoltare la sua voce
e lo squillo del telefono mai suo
quando compio un altro anno
e non vorrei.

Mi lasci continuare
a guardare fissamente

se qualcuno beve
il caffè nel vetro

e faccia che io pianga
sulla torta di riso;

mi tolga il grido, se può,
la testa che sbatte,
il nero che fa
la fine.

Non mi resta che
la mancanza che è:
e se è il dolore che riempie
come un corpo
il mio corpo,
me lo lasci per metà.

Non voglio perdere
che ferisca come un taglio
la lama che non taglia dei suoi occhi;

Tolga il lutto che inginocchia,
che non crede, che mi chiude
in casa.

Mi lasci che mi facciano
male i fiori,
ma non tutti,
solo quelli arancioni.

*

I cani degli altri ed io ci guardiamo,
complici, nei bar.

Entrambi vivi, entrambi
seduti
alle nostre postazioni.

L’elemosina facciamo
di una briciola cascata
per errore da una bocca.

Entrambi vorremmo
dire cose che
non sappiamo dire

e abbiamo desiderio immenso
di immenso nutrimento e fame
di sovrumane carezze,
di fiducia nelle mani;
confidiamo

nel bastone, che sia
da inseguire e che
non ci percuota.

Abbiamo dentro:
incompiuto e muto amore;
lo affermiamo con la coda,
con gli occhi, con i peli.

Così fisso la cagna,
sdraiata alla sua attesa,
nella pasticceria

“Le manca la parola”
proclama la padrona,
scrutando dentro gli occhi
non so chi delle due.

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