Atelier intervista Christian Sinicco: “Più fluidi nell’osservare. Oltre la fase promozionale dei poeti”

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“Più fluidi nell’osservare.
Oltre la fase promozionale dei poeti”

 

1) A proposito dell’acceso dibattito dei giorni precedenti, qual è la tua posizione? Non solo sulla questione poesia performativa, ma anche sulle modalità di gestione di quello che dovrebbe essere uno scambio di idee criticamente dimostrate, con rigore e con serenità, sulla base di prese di posizione ideologiche e mai personali.

Innanzitutto permettimi di dire che mi dispiace per tutti gli attacchi ricevuti, per i toni utilizzati; peraltro questo accade da qualche anno e sempre a causa di persone che, prive di argomentazioni, insultano e mistificano. È la cosa più spiacevole di questo tempo, ed è sotto gli occhi di tutti. Squalifica anche il lavoro più che serio che da anni si fa grazie alla rete Lips, ai portali di poesia, ai premi e ai festival.

Per rispondere alla tua domanda, devo fare un passo indietro. Oltre il campionato, l’idea originaria della Lips era quella di realizzare grazie al format una rete per promuovere la poesia, permettere l’ingresso dei giovani in un mondo poliedrico e funzionale che sapesse discutere le arti e il tempo presente. Questo atteggiamento è secondo me conservato da Paolo Agrati, che ha ideato Zelig Poetry Slam e che sta lavorando assieme a molti giovani. Credo che nessuno si possa scandalizzare dei tentativi dei giovani, anche di utilizzare format diversi dalle usuali letture, come nessuno dei giovani credo si debba scandalizzare se qualcuno più esperto ha delle parole di critica. Già Rosaria Lo Russo aveva evidenziato questi problemi, come la mancanza di una fase di autocritica in molti giovani afferenti le scene dello slam.

L’animosità con cui sono stati trattati gli interventi di Lo Russo e, ora, di Matteo Fantuzzi, è immotivata, ma ci riferisce aspetti sociologici dell’ambiente su cui torneremo. Il problema è che nella Lips, dal 2013 ad oggi, sono state marginalizzate tutte le voci critiche, per cui invece di realizzare dei seminari in cui le opere vengono discusse, si è preferito sempre affermare che quello che si sta facendo è importante per l’oralità, ma senza basi, solo come slogan. Credo che solo pochissimi singoli stanno facendo qualcosa di importante, anche in funzione di un laboratorio di idee, ma non sono sostenuti. La marginalizzazione della critica all’interno della Lips non è più prorogabile, perché una rete di persone che organizza circa duecento eventi all’anno deve essere adeguatamente formata.

Per quanto mi riguarda, su Poesiadelnostrotempo.it ho dato spazio a due poeti bravissimi che non hanno bisogno della certificazione per resistere in lettura, come Alfonso Maria Petrosino e, appunto, Paolo Agrati, che realizzano dei laboratori di scrittura online e monitorano i giovani che si propongono anche grazie allo slam. Si tratta di attività di poeti non più giovani, ma con una grande esperienza alle spalle. Dunque, in modo prospettico, mi posso attendere che questo lavoro di osservazione, tra una decina d’anni, produrrà dei report affidabili sulle opere, e dal mondo della lettura dal vivo altri giovani emergeranno. Seguendo alcune indicazioni di Davide Castiglione, penso anch’io che ci si dovrà interrogare prima o poi sulle eccellenze tra tutti questi contenitori poetici, ma credo si possa essere più fluidi nell’osservare i fenomeni letterari e sociologici in atto.

2) Qual è il criterio di giudizio che adotteresti per fare un distinguo di tipo qualitativo riguardo alla “buona poesia”?

Riguardo al giudicare le opere pubblicate da persone che fanno slam (ma estenderei il discorso a tutti coloro abbiano pubblicato un solo libro), mi sembra che ci sia, appunto, una sorta di megalomania o di narcisismo che rovina la possibilità di instaurare delle relazioni normali, proficue per tutti gli attori in gioco. Questo aspetto che investe più aspetti di promozione personale che critici, si unisce alle dinamiche di settore, in cui una piccola porzione di ambiente della stessa area culturale cerca di prevalere sull’altra porzione. Piuttosto dovremmo cercare di andare oltre gli scompartimenti stagni, dato che siamo tutti sulla stessa barca, ma dopo anni di disimpegno della critica, rifondare l’ambiente osservando la realtà, variegata e multiforme, delle opere, non è facile. Se penso che con un team di amici poeti e critici ci abbiamo messo sei anni di esplorazione per dare un volto solo alla poesia dialettale italiana (L’Italia a pezzi, Gwynplaine 2014), per fare la stessa cosa sulla poesia in italiano dovremmo mettere d’accordo tutti i segmenti ricettivi (blog, riviste, festival, premi) per concordare una serie di approcci e azioni comuni. La rete c’è e si possono realizzare degli osservatori permanenti, solo che la gente che insulta e mistifica va allontanata, perché una visione della poesia che ammetta il degrado non può essere accettata. Penso che un evento dove si cerchi di unire gli sforzi di conoscenza della poesia favorirebbe tutti, e si andrebbe anche oltre gli spunti di Matteo Fantuzzi che, nonostante abbia idee diverse dalle mie, mi sembra essere una persona di buon senso. I paletti che Fantuzzi ha utilizzato tra poesia e poetico riguardo lo slam, vanno oltrepassati consapevolmente dagli “operatori” della poesia, ma in funzione di un laboratorio comune di critica.

Per quanto concerne i criteri che personalmente adotterei, sono in sintesi due: l’efficacia di tutte le funzionalità messe in campo nell’opera, unitamente a un discorso sulla rilevanza culturale e sociale dei testi. Ma come sappiamo, la poesia, quando si avverte, è quasi sempre un risultato inaspettato, e mi viene in mente un grande poeta che scrive in piemontese, Dario Pasero, sconosciuto ai più, che scrive “I buch na coalera ‘d nùmer pa-rassionaj / Ch’a son midem ‘d na coa sensa na testa / [It peus-to ciamela coa, sensa la testa / Se ij nòm a l’han so sens fòra ‘d toa ment?] Nùmer nen rassionaj pèj ‘d rèis de doi (?2) / A mostro com l’anfinì a sia pèj dij tò euj (Guardo una sfilza di numeri irrazionali / Che sono esattamente come una coda senza una testa / [Si può chiamarla coda, senza la testa / Se i nomi hanno il loro senso al di fuori della tua mente?] / Numeri irrazionali come radici di due (?2) / Rivelano come l’infinito sia come i tuoi occhi).”

3) Cosa ti senti di consigliare ai giovani autori?

Ai giovani poeti va detto che essere sostenuti dal pubblico o vincere un premio di inediti non significa avere con sé il pubblico o la comunità critica. Ad esempio, cosa dovrei dire io, che ho ricevuto prefazioni da due professori ordinari e un professore associato (Cristina Benussi, Alberto Bertoni e Giancarlo Alfano), che ho con me la comunità critica? Che siccome sono finito in Rai o sui giornali ho il pubblico con me? Mi sembra una cosa del tutto inutile e che non ha alcuna attinenza con il mio impegno, che è nel fare poesia.

L’altro giorno mi scrivevo con Agrati, e ho pensato quanto sarebbe geniale, fantastico, unico, dedicare un anno nella Lips a realizzare non un campionato con i poeti giovani e vivissimi, piuttosto destinare un anno delle nostre e loro vite a un poeta morto, realizzare degli slam e un campionato impersonificando Virgilio, Dante, Petrarca, o Vittoria Colonna, Lucrezio, Leopardi, Luzi, o Walt Whitman e Dylan Thomas. Alla fine, immagina, che a vincere sia un Antonio Porta o un Catullo… La poesia deve poter andare oltre l’egotismo e il presente.

4) A tal proposito, che radici ha secondo te questo egotismo imperante, che tocca un po’ in tutti i campi dell’esistenza e dell’espressione, e di cui si occupano da tempo la sociologia e la filosofia?

La società capitalistica, nella parte di produzione di contenuti promozionali sostiene alcuni tratti del carattere, tra cui il narcisismo. Tuttavia ho notato che i maschi, anche in modo sessista, utilizzano la loro aggressività. Le persone – non solo quelle che si vorrebbe di cultura – hanno la possibilità di comprendere quanto sia assurdo un tale comportamento. Non comprendo quale possa essere il futuro dell’uomo, ma credo che individui ragionevoli oggi più che mai debbano unirsi per realizzare cose importanti per il futuro della società, dell’ambiente e della cultura.