Antonio Trucillo, Un’idea di bene

Ultimo aggiornamento:

Antonio Trucillo
Un’idea di bene
Giuliano Ladolfi Editore
Borgomanero (NO) 2019, pp. 102, € 10,00



Antonio Trucillo, nella sua raccolta, Un’idea di bene, disegna la propria immagine di poeta come “uno qualunque, scriba qualunque”, dove la condizione, sottesa al modesto qualunque, di “poeta riparato […] dall’aspra risolutezza della costa d’Amalfi” – come lo descrive il prefatore Francesco Iannone – “riottoso ai clamori letterari” e agli “autoscatti in salotti snob-intellettuali”, reagisce con le implicazioni sacrali del sostantivo scriba. Non a caso, il ritmo della poesia liminare, che apre la sezione Devozioni, è quello di un cantico o lauda, con figure di ripetizione e antitesi (costantemente martellate in tutta l’opera, in verità) a scandirne il senso: “e questo dare, / è questo dare da trattenere, / dico, Signore, – è questo il dare, / e questo dare-dare per non avere / fame”; invito quasi francescanamente teso ad un donare autentico (il dare-dare), ad un agire che incida nel mondo e vi porti sollievo; come invece non possono fare “la fila di parole scempie di poesie” alla miseria umana rappresentata dai “sandaletti” di “plastica infantile” posti “sul sangue terragno della corte”. Eppure, a dispetto di una poesia che dovrebbe annullarsi nello stimolo alla prassi, anche la “scaffalatura” della libreria “s’inciela”, riprendendo il famoso conio – e modello – dantesco; sui suoi ripiani si possono collocare, in gradi invertiti rispetto all’ordinario, in alto “un orinale” o in basso un “messale”, ma quel luogo resta per il poeta “la passione mia” – nel doppio senso di violento amore e martirio di redenzione – che funge da estrema forma di resistenza: “e mi difende”. Non inganni il linguaggio immediato, quotidiano e in apparenza trasparente, fatto di oggetti: “una borsetta di cuoio con le borchie”; “l’orologetto rosa”; “fiori umili / di cera”; “automobili nel traffico”, tra i molti altri; qui l’espressione ha “la schietta leggerezza – dice ancora Iannone – della lama che penetra”. Trucillo usa le cose del mondo per forare le apparenze e far scorgere un altro mondo al di là di esse, con espressioni vertiginose: “Il tuo mare è enorme, troppo grande rispetto al mare mio”; immagini disvelanti: “e se prego / prego per l’istante nostro, / per questo paraclito puro”; sintetici accostamenti lessicali: “la storia soffio-pulviscolo”; l’uso di una sintassi dai tratti visionari: “qui, guizzando rapinosi / gli occhi, qui, a cerchi, / qui, nell’angoscia”. La sezione seguente, Il velo, presenta una figura femminile, la cui “bellezza incorniciata nel velo” ha “petali della bocca”, “libertà felice dei capelli”, ed è visione rara, riservata al poeta e appena a “qualcun altro / che tanto rubò / e tanto, e poi non riportò / con sé / alcun dono”: in lei sono presenti strepitosi “occhi febbrili di bufera” che “alimentano il lume della carità” ed un “cuore paziente” che “regola il moto dei pianeti e il temporale”. Le successive 15 poesie per una casa di mare offrono una galleria di quadri (“la bicicletta, le rigogliose piante!”) in cui è dipinto il “paesaggio torbido” della costiera amalfitana con la sua “luce selvatica”. Ci si immerge in una dimensione di minuti eventi, personaggi, animali ed oggetti tra reali e metaforici (“i lumini-requie”; il “richiamo dello strigide”; “lo stregone / con la volpina al guinzaglio” ed “in braccio” uno “sgomento fennec”), ruotanti intorno al “mistero” del “luogo per anni desiderato, / una casa di albereti celestini”, e che concorrono all’esito di un “estremo dolce voler bene”. Ed è proprio l’“idea / di bene” che dà titolo all’opera ad essere protagonista della sezione Conakry, dove essa prende corpo e sostanza in “un’idea che si può / toccare, un’idea materiale”, e può rendere felici, appena la si volga in atto, fosse anche il puro pronunciare un nome o compitarne le lettere. Per giungere a questa coscienza bisogna, però, attraversare altre latitudini, geografiche ed interiori insieme: è necessario sentire “delle rose africane l’odore”, giungere ad “una oscurità meravigliosa”, che è “nero della pelle”; una condizione dove tutto è semplice, docile, naturalmente ingenuo, fisicamente schietto e, pertanto, stupefacente: “natura primeva / che magnifica la nostra epoca”, in uno straniante rivolgimento, rispetto all’adulterata modernità occidentale, che disperde il suo patrimonio civile tra frontiere sbarrate e connessioni virtuali. Chiude la silloge la corolla di A bon e altre poesie, che nella eterogeneità delle occasioni e dei dedicatari, continua ad offrire perle dolci-amare: “Sarà in un futuro riverbero / sentirò la grazia scoperchiata, / il fiele”. Di questa raccolta resta impressa la fiducia necessaria nella poesia per la costruzione di un mondo migliore: al fallace “paravento elettrico” del televisore, alla sua “masnada malvagia” di volti che spargono “pece-odio” mentre “dicono, non dicono”, alle vuote parole “dilatate”, il poeta oppone la sua opera, che procede seguendo l’ineffabile logica della mistica; l’ansia di contraddirsi per spostare ad ogni mossa sempre oltre la linea delle sue conclusioni, fino alla sintesi rivelatrice: “e cerco di dire se qualcosa / si perde che non si perde / e resta come un seme”, pronto a germinare, nel brusio contemporaneo, se vorremo accoglierlo.

Luigi Beneduci

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