Antiniska Pozzi, “Un nome di strega”, Pequod 2021, coll. diretta da V. Ronchi (Anteprima editoriale)

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Antiniska Pozzi è nata e vive a Milano. Un nome di strega è il suo secondo libro di poesia dopo Amavo una volta un comunista (Premio Beppe Salvia 2018, Lietocolle). Sue traduzioni di poeti inediti in Italia – fra cui Pedro Mir, Joaquin Pasos, Stephen Sexton – sono apparse su diverse riviste e litblog (Poesia Crocetti Editore, Nuovi Argomenti, Carteggi letterari, Medium Poesia, The New Zealand Journal of Translation Studies). Di prossima uscita sue traduzioni delle poetesse neozelandesi Helen Jacobs e Mary Cresswell, e del poeta britannico-caraibico Roger Robinson, vincitore del T.S. Eliot Prize 2019. E’ autrice di due romanzi e di racconti pubblicati su diverse riviste.

La grande madre

Era brutta, la grande madre, la più brutta di tre sorelle. Sottilissimi capelli bianchi che non aveva mai tagliato si attorcigliavano intorno ad un nome di strega. Nelle sere più buie i polpastrelli allenati sfregavano gli stoppini e ne occultavano le formule. Li accendeva per vedere se qualcuno avesse il malocchio, prendeva un piatto lo colmava d’acqua benediva l’olio extra vergine d’oliva col mignolo, ne scivolava tre gocce dentro l’acqua, le macchie si allargavano, diventavano una diventavano acqua, il malpensare era ovunque lo doveva disfare. Gettava l’acqua, immergeva il cotone nell’olio e lo incendiava, diceva parole a mezza voce tutti credevano che fossero preghiere, riempiva il piatto rifaceva da capo. Tre gocce gemelle tremolavano al centro senza sfarsi, compatte, identitarie, il bene trionfava. Il nome era Eutimia, il nome della grande madre. Il termine è applicato attualmente in ambito psicologico per indicare uno stato d’animo tipico della persona non depressa.

*

Figli/3

Il quarto era un maschio, lo perse aspettando Pasqua mentre intorno al tavolo smodato fratelli e cognati e figli dei figli. Aveva capelli lunghi, riga in mezzo, mollette d’osso di tartaruga, velluto sulle gambe affilate e sorriso che allargava il naso acuto. La pasta fresca appena salita a galla, diede un urlo aveva già capito chiamarono il dottore prepararono l’abito pulito. Era sangue di strega tutti tacquero, rispettarono le viscere scomparve un cuore, la grande madre si vestì di nero bruciò i pantaloni della figlia vuota. I bambini furono mandati in cortile un fiasco passò di mano in mano, il fiasco era una parola un vetro tondo un ventre che ancora osava contenere.

Una donna in verde prendeva i corpi
piccoli, che recitavano da cadaveri
un sonno senza prospettive
li spostava, da letto a letto
come traghettando infelicità
corpuscolari
le braccia o una gamba scomponevano
la coerenza dell’asse
il farmaco bianco correva
nella chiusura del circuito

Certe madri cadevano in pianto
altre telefonavano senza posa
i padri non capivano
capitavano per caso
come pesci nuotava
il dolore

*

La casa/2

La casa, c’era solo una casa la sua, e lei dentro che faceva cose, usciva e rientrava, come una madre potente la casa la tirava dentro, portava i figli a scuola e poi la casa, andava in panificio e poi la casa, faceva sogni di viaggio nella casa. La casa la possedeva come un’altra madre, la casa era il polo a Nord, dove la punta dell’ago s’anneriva, allora iniziò a disfarla con quelle lunghe mani che si seccavano al gelo. Il bagno divenne bianco poi nero poi legno, un arco non abbastanza tondo apparve in cartongesso e poi fu abbattuto, il pavimento si trasformò in scacchiera e poi lo maledisse, la casa non era abbastanza elegante sarebbe forse servita un’Ofelia una casa che potesse chiamarsi dimora. I mobili scivolavano di stanza in stanza le librerie si velavano di vetro e poi nude, piattaie vecchi armadi specchi d’appoggio scrittoio per contenere poveri gioielli, un canterale col piano in marmo una dispensa per antichi monaci e su tutto una lama di kitsch, tappezzeria di mattoni rossi e porosi, New York.

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