Anna De Simone – Biagio Marin, Lasciami il sogno, Carteggio 1982 – 1985

«Un favo di miele». Elogio dell’ape operaia

di Marta Gulinelli

Anna De Simone, Biagio Marin – LASCIAMI IL SOGNO – Carteggio 1982-1985

a cura di Edda Serra, prefazione di Giovanni Tesio

Il Ponte del Sale, Rovigo 2020, pp. 324, euro 32,00

«Cara Anna, credo di averti scritto in una mia lettera precedente che ogni tua lettera è un favo di miele e che io sono goloso del tuo miele» (18 luglio 1984, p. 132).

In questa frase è racchiusa tutta la bellezza di Lasciami il sogno, lo scambio epistolare intrattenuto tra il 1982 e il 1985 da Biagio Marin con Anna De Simone, edito da Il Ponte del Sale, a cura di Edda Serra, con prefazione di Giovanni Tesio: un carteggio straripante di dolcezza e di umanità, intenso e godibile come un romanzo.

Lasciami il sogno è la storia di un incontro miracoloso, quello tra Anna De Simone, una timida professoressa liceale di Milano, e Biagio Marin, il grande poeta dialettale ormai ultranovantenne. La corrispondenza si consolida perché alimentata da due bisogni complementari: quello di Anna di dimostrare la sua devozione smisurata nei confronti del Maestro, e quello di Biagio di essere avvicinato e rassicurato del suo valore, come uomo e come poeta, negli ultimi anni di vita. Ne nasce il dialogo riposto tra due anime affini, separate dal tempo e dallo spazio, eppure vicinissime: «mi viene così da lontano ma con un’immediatezza con una identificazione che tutte le volte mi sconvolge» (8 settembre 1984, pp. 148-149), scrive Marin. Lasciami il sogno è «una grande avventura amorosa e nel contempo costruttiva» (7 settembre 1983, p. 68), la testimonianza dell’incontro tra il poeta e il suo critico ideale, ma anche tra un uomo e una donna che nella poesia trovano reciproca consolazione, e di come questi due aspetti nella corrispondenza si intreccino e armonizzino. Le lettere di Marin lasciano trasparire la vulnerabilità di un artista che, ormai anziano, si interroga sul proprio lascito: «io non so di essere qualcuno; io sono piuttosto spaurito di fronte alla pretesa altrui di considerarmi un poeta e addirittura un grande poeta» (3 ottobre 1984, p. 163). Travolto dallo scoramento, Marin sembra insensibile all’evidenza della propria grandezza e lascia che le preoccupazioni quotidiane e il peso della malattia facciano risuonare il grido dell’uomo sul canto del poeta. È in questo momento d’incertezza che Anna De Simone fa la sua comparsa per ricongiungere gli estremi della contraddizione.

Per Marin, Anna è una fiamma, una forza d’amore, una poetessa: una «creatura che è morbida e ha il profumo del fiore di magnolia e dice parole che mi meravigliano e mi ridanno la vita e mi rivelano una nuova atmosfera vitale» (24 agosto 1983, p. 63). Le pagine di Anna restituiscono l’immagine di una donna che nella poesia trova la motivazione per innalzarsi oltre le tribolazioni di tutti i giorni e insieme la forza per produrre un controcanto intonato alla fioritura poetica e filosofica degli scritti di Marin. Quella delle sue lettere è una critica impressionistica, commento che è a sua volta poesia, un giudizio plasmato da un’intuizione naturale e scaturito dal fondo del cuore: «io abito nella sua poesia come se fossi nata in essa: la vivo come se fosse la mia terra, la mia casa, il mio paradiso» (18 agosto 1984, p. 141). Anna rivendica la possibilità di un giudizio oggettivo, non offuscato dall’ammirazione, che non si lascia affossare dall’erudizione che sembra invece connaturata a un certo tipo di commentatori, e che anzi si innalza soave grazie alla passione e all’ostinazione di chi lo esercita. È questa potenza amorosa che permette alla dicotomia uomo-poeta di pacificarsi: «io, dietro il poeta, anzi dentro il poeta vedo sempre l’uomo» (27 ottobre 1985, p. 283). Solo allora ha modo di aprirsi lo spazio della rimembranza, un solco nel quale scorrono liberamente i ricordi di una vita passata in luoghi ormai lontani – l’Istria, Firenze, Vienna, Roma – e con affetti ormai perduti – il figlio Falco, la moglie Pina – al quale anche Anna, considerata parte della famiglia, ha ora accesso. Ne risulta una piena compartecipazione non solo alla mitologia del poeta, ma anche alle vicende dell’uomo Marin, rivissute con la totalità del cuore e della mente: «cammino, guardo, contemplo il suo cosmo e non sono più io, perché gli occhi di Biagio Marin mi aiutano a vedere mondi nuovi, realtà prima soltanto sfiorate, “angoli” di vita, frantumi di storia, tutti riflessi dalla sua persona, dalla sua parola, dalla sua mirabile poesia» (25 novembre 1984, p. 179).

Lasciami il sogno è la storia di un volo, di un’abnegazione assoluta, di un’impresa titanica, che è insieme una corsa contro il tempo. La morte di Marin è preceduta dalla più straziante delle sue lettere: «ti prego di non abbandonarmi relitto sulla via» (30 novembre 1985, p. 300), le scrive in preda allo smarrimento. E Anna risponde come se presagisse l’imminente commiato: «Lei mi ha dato in questi anni infinite cose, infinite bellezze, infiniti doni. E ora ho tanta paura di non poter più sentire la sua voce, di non poter più leggere le sue lettere, di non fare più in tempo a dirLe: grazie» (16 dicembre 1985, pp. 304-305). Questo è l’epilogo di un incontro che vale un’esistenza: «siamo stati insieme poche ore; ma erano così ricche di vita che non di ore si trattava ma di epoche» (10 aprile 1985, p. 230). Così, pure nel finale, i gesti e le parole di Anna si configurano come un atto d’amore e un’offerta di sé nei confronti di chi ha sempre vissuto la poesia come un dono spontaneo. Con dolcezza, pazienza, altruismo, tutte qualità della più preziosa delle api operaie.

MARTA GULINELLI

Zeen is a next generation WordPress theme. It’s powerful, beautifully designed and comes with everything you need to engage your visitors and increase conversions.

Altre storie
Miro Silvera – due inediti