Alfonso Guida

Alfonso Guida – Inediti

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Alfonso Guida (1973) è nato e vive a San Mauro Forte, in Lucania. Nel 1998 ha vinto il Premio Dario Bellezza per l’opera prima con la raccolta Il sogno, la follia, l’altra morte. Nel 2002 ha vinto il Premio Montale con la plaquette Le spoglie divise (Quindici stanze per Rocco Scotellaro). Ha pubblicato Il dono dell’occhio (Poiesis, 2011), Irpinia (Poiesis, 2012), Ad ogni angolo del sempre (Aragno, 2013), L’acqua al cervello è una foglia (Lietocolle, 2014), Poesie per Tiziana (Il Ponte del Sale, 2015) e Luogo del sigillo (Fallone editore, 2017). Per Avamposto cura la rubrica Golpe.

 

*

 

L’entroterra nello spigolo
del tiglio più profondo.
La ciotola di pietra batte contro
la grondaia. Le bocchedileone gialle
nascono per terra. I traghetti partono,
ma dopo il primo non ce ne sono altri.
Abbiamo sentito ancora il chiacchierio
primaverile e allucinato che creano
la cucita e le canne nell’orecchio
taciturno, in un paesaggio di ruderi,
ma nell’immaginario dei sensi è sempre
cielo azzurro con mandorli fioriti.
E questi canti estesi, con candore,
con gioia, dove noi siamo sepolti.

(Da “Commemorazione” da “Poesie religiose”)

 

*

 

Oggi c’è il sole che tormenta gli inferi.
Eppure è un più compiuto purgatorio,
non supplizio, intimità che penetra
spiritualizzata nei crematori
privi di severità e pozzi. Dove
lasciare che si mangino le ceneri
se non in un fosso votivo? Lampada
bassa, notte come un quadrato nero
col fondo di semilunio, un tappeto
di frange bianche. Non la notte come
buio, ma come scomparsa di luce
da ogni prigionia, da ogni turno, il grido
sponsale di chi procede sul foglio
senza bordi, giudiziosamente
come la sentenza e l’itinerario
come sta in piedi la nostra Repubblica,
dicono, nell’istante di rottura
tra spavento e arrivo in zone dove altri
già si sono stanziati e inappuntabili
sono la clemenza e l’incessanza. Qui
spero, fermo, che l’inferno sia l’astro
la luce invisibile che cattura
dal basso dove le vie sono fughe
consenzienti e tutto è vero e possibile.

(Da “Commemorazione” da “Poesie religiose”)

 

*

 

Sia possibile ed eterno l’inferno,
basta – gridano. E leggo amaramente
le volate di tabacco, i colpibili,
la grande elitra scossa, disperata.
Vedi la lucertola decomposta
Sull’uscio. Steppa se n’è andata a lunghe
grida coi Salmi e Antonietta Loscalzo
verso per verso, il lagnarsi dei muli
mentre i breviari scoprono il solfeggio
terribile degli intercalari che
fanno sdentata –lapide e balbuzie –
la voce dei pazzi. Impara che siamo
poca cosa. E sappiamo bene che Dio
c’interroga e spiega, forte del suo avido
trono, di ogni argomento
tentato per cucire morte e luce
della parola interrotta. Penosa,
povera morte, tu che ancora dici.

(Da “Commemorazione” da “Poesie religiose”)

 

*

 

Triplice modo di essere
della sostanza celeste. Sapienza
dei re, dicono. Cosa vuoi che faccia
di un canto pastorale, di una donna
servile, di una pecora obbediente?
Aspetta i maghi pittoreschi, questi
re coloniali. È necessario un moto
stellare, una rivolta di almagesti
non la citazione. È una spedizione.
L’incamminamento disprezza il grado
di legge conchiuso nell’Apologetica.
Una stella
si fissa dall’inizio
del mondo. I tre cammellieri ritardano
di dodici giorni ogni anno. Tu accogli
chi non dubita dei suoi cannocchiali.
Sono doni persiani o del deserto.
L’oro –in quartazioni, frantumazioni,
cianuro. Cos’è l’oro?
È la misura della fede senza
resti né frodatori. Viene, arbusto
di radura, la mirra affaticata.
Si pensava al suo profumo balsamico
di carità, di sepolcro. E il granello
d’incenso e di senape ancora dicono
“Noi speriamo”. Sono cortili colmi
di erbamatta e di cenere sottratta
che va per ceppi e porta
gualdrappe, bestie insellate, carriaggi
con le gobbe passate per la cruna.
Gli aghi e il sale affrescano le macerie.

(Da “Epifania” da “Poesie religiose”)

 

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