La sete di Sergio Bertolino

Ultimo aggiornamento:

Sergio Bertolino

La sete

Marco Saya, 2020

pp.78, euro 12,00

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Poesia che denuncia l’erranza, l’insicurezza, l’indecisione; che dichiara una sete insaziata e insaziabile poiché il presente che la grida è inghiottito subito dal passato, non riesce mai a compiersi pienamente. Una poesia dove il tempo ha dunque un ruolo centrale, sia come oggetto di riflessione, sia come agente ingovernabile: Inutilmente interpretiamo il tempo – chè il tempo non s’interpreta infinito.

Nella prima sezione – In profondo – il poeta si muove tra autoaccuse (Poiché la pace va meritata/ e io non ho fatto abbastanza) e momentanei crediti ai sentimenti (Ma ora che so di appartenerti, pure quest’alba/ si fa santa nell’immagine di te). C’è sullo sfondo un profondo senso del sacro, anche senza fede, anche senza dio: benché senza dio, sei il più religioso di tutti;/ benché senza dio, il tuo orizzonte è il Sacro. Affiorano a volte nuove strade di libertà e bellezza, come per ‘L’eccezionalmente bella’, che però non sembrano aver speranza d’essere percorse: il viaggio sarà molto breve, in questo caso un’illusione, che si chiuderà tra la riva e i suoi bagni. Ma voglio concludere, sulla sezione, con questi versi di resistenza: Ma credimi, io resto, resisto./…/ e ciò che è carne sarà abisso.

Elementi è il titolo della sezione seguente, in cui si svela ulteriormente l’uomo vero che vive nella voce poetica: Io ardo e corro – pure al freddo/ e al chiuso d’una stanza. E ancora: ciò che resta – la più piccola/ parte di me – trema per un lascito d’amore/…/ ma trent’anni non sono bastati a risalire le acque verdi./ Ed oggi le bevo perché torni alla verità della vite,/ al remoto, al diverso che dà luce. Sempre il tempo incomprensibile, sempre una sete spirituale insaziabile, se non nella immaginazione letteraria.

La sezione che segue è La sete, eponima della raccolta, dove si deve Scrivere perché non si è imparato a vivere. Il compito è sempre più difficile e quanto accade alla fine è accettato: Diluvi da ogni parte, a me sta bene/…/ tutto sia capovolto, straripante; anche se il desiderio di poesia non demorde: Prego di dar voce alla ghiandaia/ in cima all’albero; così come il bisogno di confessare l’identità segreta: Solo al buio saprò dirti chi sono,// la bocca inerte in questa luce. Alla fine Verrà il tempo, / il cerchio esatto in cui ti attendo ma intanto è Pieno il silenzio, vuota la parola. Il poeta deve attendere in silenzio e, come un mistico che si flagella, invoca addirittura il dolore, sa che il dolore avvicina il corpo allo spirito e accorcia il tempo dell’attesa.

Prima clavis è il titolo della penultima sezione e sembra far riferimento alla prima fase del processo alchemico di trasmutazione delle sostanze. Qui si pongono domande estreme: se il vero, infine, è morte, e non c’è altro/ che illumini un uomo; il tema della morte, che si svilupperà nell’ultima sezione, già diventa centrale, ineludibile: Morire, partire,/ sì. A nuove forme, a nuova luce. La speranza è che il rovello conduca alla pace d’un porto:

Vorrei spendermi

in qualche assurda guerra dello spirito,

rinfrescarmi al pensiero di un porto

verso cui dirigere il mio vascello

in rotta con le ragioni del mondo.

E siamo giunti a La bella morte, la sezione conclusiva, dove si arriva ad invocare il buio, preludio alla gran festa, alla rosa zenitale.// Dammi una fine e poi dammi un inizio (Tu me lo devi, strega. Me lo devi). Poi si dichiara una morte vera: 20,30, otto fari e/ la sua faccia schiacciata sull’asfalto e la realtà ritorna prepotente, con il tema del tempo che ci resta – Quanto a me,/ spero mi sia concesso più tempo – della ricerca di quel posto/ in cui nasconderci la notte. E poi ancora, nelle bellissime poesie conclusive, Sergio Bertolino ci racconta la morte della nonna, la conturbante bellezza della morte quando ha il volto di una persona amata:

Poi l’ho vista stesa sul letto

eludere il nero del vestito. D’oro la fronte

non aveva più solchi; guance di velluto liscio;

elegante e irraggiungibile. Bella

come mai la morte.

A qui si arriva dunque, aiutati dal poeta: a interrogarci sulla morte, ad affrontarla con coraggio e vederne la misteriosa bellezza.

Antonio Fiori

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