Paolo Ruffilli, Le cose del mondo 1978 – 2019

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Paolo Ruffilli, LE COSE DEL MONDO 1978-2019

A. Mondadori, Milano, 2020.

Frutto di «un progetto che risale agli ultimi anni Settanta», ma che, con continue manipolazioni, trova una forma conclusiva solo nel 2019, Le cose del mondo ha un che di ‘testamentario’, non perché Ruffilli abbia esaurito il suo percorso, ma perché nell’architettura di queste pagine si coglie la volontà di fissare i fondamenti stessi della scrittura (la nominazione, la realtà opaca, l’intuizione del trascendente, il rapporto fra nulla e tutto), con la lucidità di un poeta che ha alle spalle un percorso ormai fulgido. Strutturata in sei (o sette) sezioni (“Nell’atto di partire”; “Morale della favola”; “La notte bianca”; “Le cose del mondo”; “Atlante anatomico”; “Lingua di fuoco” che si conclude con una breve serie, “Interrogativi”, che in fondo è un passaggio a sé, nel suo culminare metafisico), quest’opera esplora il percorso di un soggetto che prende coscienza del proprio posto nel mondo, interiorizza lo sguardo, scruta e anatomizza lo spazio circostante, infine si scopre linguaggio, linguaggio che strappa le cose all’insignificanza e ne fa trampolino di lancio verso l’eterno. In quanto storia di un’iniziazione, il libro comincia con il più classico topos della conoscenza, il viaggio, tematizzato però soprattutto come ‘partenza’, per quella fatica, anzi ansia, paura, che lo spostamento comporta. Nelle liriche della prima sezione pare di riconoscere il carattere dominante della poesia metafisica degli ultimi trentacinque-quaranta anni, ovvero un’idea di trauma («una paura di chissà quali sviluppi», p. 15; «il vuoto secco in cui ti getti», p. 39) che si colloca alle origini della storia personale e poi assume connotati cosmici e destinali: penso a situazioni di matrice caproniana come queste: «Il sogno è che una volta andato / trovando un treno invece non segnato / sia sceso per istinto nel posto non voluto / […]. Però con la paura, / nell’incertezza del mio stato, / di non esserci comunque mai arrivato» (p. 23).

Il terrore dell’inettitudine al viaggio della vita comincia a essere fugato quando il soggetto si trova dinanzi alla responsabilità sentimentale e sociale dell’educazione della figlia (probabilmente bambina al momento della stesura delle liriche della seconda sezione), che sottrae il padre alle sollecitazioni speculative e lo riporta al contatto con la minimalità domestica, fatta di gesti ordinari ma anche di rimproveri e proteste, di un prendersi le misure per disputare una partita la cui posta è il rifiuto o il riconoscimento. La quotidianità prende la forma di un lessico (un lessico famigliare, starei per dire), nel senso che, a differenza delle liriche senza titolo della prima sezione, di qui in poi il libro segnerà i microtesti con titoli prevalentemente lemmatici (da principio senza ordine particolare), quasi che ogni breve poesia cerchi di cogliere l’unicità di un momento per poterlo dominare; avremo allora la Rivolta, la Bugia e lo Spirito di contraddizione, come prove di affermazione personale, oppure l’Anatomia, l’Orrore e l’Abbondanza come lezioni morali.

L’aspirazione al dizionario della vita prosegue nelle inquietudini notturne che occupano la terza sezione, laddove il poeta conosce il cedimento e lo spegnimento della Memoria, le alterne velocità del Tempo, la magia metamorfica dell’Universo (in una lirica che è un vero pezzo di bravura), l’impalpabilità della Felicità, il disgusto dinanzi alla Violenza dei «profani scannatoi di questo mondo» e le inquiete e inarrestabili ricerche dello Sguardo umano. Ed è proprio l’acuminata attenzione degli occhi – più ancora che «[…] l’istinto più profano / famelico, oscuro e materiale / di toccare le cose con la propria mano» (p. 106) – la protagonista delle due sezioni successive, nelle quali il regesto degli oggetti sottoposti alla vista, rispettivamente le cose inanimate e le parti del corpo, si dispone secondo una sequenza alfabetica che, ancorché arbitraria, rivela il bisogno di sottrarsi al caso e di conferire alla conoscenza un ordine. A questo è funzionale una metrica più accurata che nel resto del libro, caratterizzata da un gran numero di rime esposte e al mezzo, assonanze, consonanze, rime per l’occhio, imperfette e soprattutto nascoste; come se la scansione versale non coincidesse con le rime, ma le occultasse, palesandole al lettore solo al momento della lettura.

Sono accorgimenti che in Ruffilli si concentrano soprattutto nella parte finale dei testi, in genere di tono gnomico, rivelando il massimo distanziamento da quell’abbrivio negativo-caproniano che ho segnalato in partenza, nonché un involontario, ma pur riscontrabile apparentamento con l’iperrealismo, l’ironia e l’allegorismo della poesia milanese dell’ultimo decennio: per esemplificarne il procedimento mi concedo solo due esempi, uno per sezione. Inizio da questa descrizio ne di una Bambola: «Bocca infantile nell’esercizio e cura / di vivi replicanti per diventare adulti / a imitazione. […] Tutto organizzato a farne, / degli aspiranti, i praticanti senza la persona / del fuoco virtuale della carne» (p. 113); queste sono invece alcune delle possibili ‘funzioni’ di una Schiena: «curvarla a sottomettersi umiliati / o rialzandola al vento di un progetto. / Metterci in groppa con gioia e per diletto / un figlio o un nipotino da portare in giro / o l’amante da gettare sopra al letto» (p. 163). Viene in mente il celebre ‘monologo del naso’ di Cyrano de Bergerac per il virtuosismo delle metafore su tema anatomico e, per quanto distanti siano Ruffilli e Rostand, si può dire che nell’un caso e nell’altro l’iniziale inettitudine alla vita sia alfine superata grazie a un’abilità linguistica pungente come una spada.

Con tale ritrovata fiducia nella «lingua» si giunge alla sezione finale, incentrata proprio sul «gelido potere che la parola / ha in sé, più nuda e più crudele / di qualsiasi altra cosa […]» (p. 180). La parola è infatti, per Ruffilli, ciò che si stacca dal «groviglio» (p. 174), dalla «melma primordiale», dalla materia percepita come informe perché ancora inespressa, e diventa «forma» della vita, consentendo, come nell’Aleph borgesiano, di cogliere in un solo «pensiero / tutti quanti gli esseri viventi» (p. 175). Infine, esaurita la sua missione secondo il dettato del Paradiso dantesco, «la lingua / biforcuta / s’intoppa gonfia / e resta muta»: dinanzi allo sfolgorio trionfante di una «luce» metafisica, tocca solo all’«occhio» inseguire «la realtà che fluida / va alla deriva / e in movimento / resta cangiante / che quasi si dissolve» (p. 193).

                                                                                                                                                                                                                                                        Daniele Maria Pegorari

 

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