Gabriele Via, inediti

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Gabriele Via (1968) nasce a Bologna, dove tuttora vive. È uno dei fondatori del teatro dell’ABC. Il suo percorso di scrittura è segnato fin dall’inizio dal precoce incontro con Roberto Roversi.

*

L’amore è un dejà vu che abbiamo in cuore
ma non lo sappiamo ancora
lui si agita di nascosto
come chiome d’albero nella notte
o come i ghiri in soffitta
in una casa di montagna
dove una volta abbiamo dormito.
Poi un bel giorno
inciampiamo in uno sguardo
arrivato a salvare quel muto dejà vu
che si agita in noi, come l’acrobata
che in apnea lascia un trapezio
nel vuoto e si afferra
con tutta la sua caduta
a quello che gli sta venendo incontro.
Amo allora così tanto la vita
con queste false parole da nulla
che ho desiderato ancora morire
al dischiudersi di un fiore
proprio come lasciare il trapezio
ed essere afferrato mentre afferro
il filo del discorso interrotto
di quel vecchio dejà vu
che mi sorprende ancora.

*

Ti amo, mi ami.
Non saremo mai felici insieme.

Sul tetto della caserma i corvi
planano pochi momenti soltanto
il cielo di là nasconde tutto
il resto della vita. Le voci solamente.

I germi credevamo fossero animali
piccoli piccoli che camminano
sui bordi delle bottiglie. Imparammo
dell’amore allo stesso modo.
L’erba fragile nel sole.

*

Mi basta un’alba

…Mi basta un’alba di luce obliqua e chiara
e un bacio poco più che sorpreso
nei primi minuti di pomeriggio
che gennaio ricava dai tramonti
precipitosi richiamati a tardare.

Mi dico allora che sta arrivando primavera,
se pure da pochi giorni è inverno appena.

E cos’è mai dunque la poesia?
Fare il verso al calendario;
accendere il fuoco e dire luce;
aprire o chiudere una porta e dire ciao?

E mi chiedo quindi se qualcosa
di più sciocco non si possa ancora dire.

E non è neppure la vasta mappatura
dei dolori di anima e corpo o del mondo intero.

Eppure con questi pochi strumenti
siamo stati in grado di ricomporre il gioco.

È vero, nel giorno del giudizio
nessun avvocato si alzerà per noi.
Più facilmente una comunità
si libererà di ogni bardo
e di quel largo sospetto.
“E costui cos’ha mai fatto?”

“Niente: sorgeva il sole e scriveva
una poesia che diceva
che il sole era appunto sorto.
Ugualmente davanti alla pioggia;
al sopraggiungere dell’autunno;
per le notti nere ricche di stelle
come per quelle invase dalla luna;
se per le strade era una festa
o se la guerra e la carestia
suonavano il loro freddo lamento,
se due innamorati si baciavano
la notte contro un portone,
se uno tardava a tornare dalla guerra,
se il fanciullo tirava sassi nel ruscello.

E alla scomparsa delle cose del mondo,
inghiottite dalla vorace bocca
di sabbia e di fuoco del tempo,
ecco rimanerci quelle sue canzoni
e quelle di chi prima di lui
fece esistere la vita e il mondo
nel canto della sua parola”.

“Niente altro? “
“Per la verità… pare che
adoperando le sue parole
uomini e donne, ragazzi e vegliardi
riuscissero a dar nome
a quanto si muoveva loro in cuore.

Gli innamorati usavano le formule
di poesie e canzoni
per dirsi mille volte ti amo
e quando c’era da festeggiare
il nascere o salutare chi morendo
ci precedeva all’altro mondo
sempre si adoperavano
le parole che la poesia aveva salvato
dal nostro rumoroso vivere
che come il mare si richiude su di noi
al passaggio breve del nostro battello”.

“Nient’altro?”
“No, per la verità no. Nient’altro.
Questo è tutto”.

*

Le stelle in cielo durante la notte
poco sono davvero più che niente
senza questo mio tormento annodato
che si divincola come un legno

di glicine a incorporare l’ascesa.
Cosa me ne farei della bellezza
senza questo tormento che mi punge
di continuo e genera esistenza

sete del volo e bisogno di quiete:
senza questo mio sguardo inatteso
che si affaccia spericolato sul destino

prima che la strada sia segnata
in un’alba umida di presagio
nell’ora in cui l’inedito è risposta?

*

Al luna park delle ombre
il lutto della certezza ha gesti forti:
traccia confini di consapevolezza;
e apre inediti percorsi.
La nostalgia esiste, corporale:
si canta, non si torna, si cammina.
Le pietre sono fredde
il mare lontano. E un bel giorno
il mondo riprende forma in noi:
volto misterioso del destino
un insieme di schermo e di sguardo.

Perfino l’urlo del gabbiano,
metallo che stride secco nel cielo,
si porta addosso un vento quasi minerale.

Solo le stelle fanno la posizione in questo mare
le stelle che non riusciamo più a vedere.

E ogni nome privo di intuizione
lascia una polvere addosso alle cose.

*

Abitavamo allora a Porto Empedocle
limpide in cielo le stelle la notte
e la luna discreta in disparte
eravamo quella luminosa osservazione

tra il giallo sulfureo delle colze
e il fragile cielo grigio distrutto
di nubi scariche sulle pianure.

Nella solitudine orale dei campi
la memoria di un albero
si ergeva allo sguardo

e comprendevi come per una leva
che di intelligenza non ne occorre molta
te ne basta davvero poca
collocata al punto giusto dell’ascolto
dove la febbre nello sguardo delle mani
è il cuore che conosce la sua vita

e queste parole
tra il corpo e la scrittura
nel fragore di un aratro
che ribalta ogni zolla
come la filosofia e l’agricoltura.

*

Abbiamo costruito la città
per nascondere la verità.
E con un certo pessimismo
ci siamo inventati l’ottimismo.

Ma io amo piangere
a dirotto
a perdifiato
a menadito
a profusione
a singhiozzo
all’improvviso

Amo piangere
come una sorpresa
che rompe la carta

C’è sempre un angelo
vicino quando piango
ed anche se non c’è chi mi consoli
anche se il pianto
mi accusasse davanti alle convenzioni
la solitudine che esiste
dopo avere pianto
è quasi bella
come l’abbraccio dell’amore

piangendo si crede in Dio
prima della preghiera

Amo piangere
da morir dal ridere
a crepapelle
da sbellicarsi
a più non posso
da rotolarmi per terra
più di ogni altra cosa

Per come il pianto
senza nessuna solennità
sa essere di casa nel dolore
come nella gioia
ed è l’amico più caro
del momento della verità.

*

Ti ricordi i due gabbiani sul prato
domenica presso il duomo di Pisa
tutto quel volo di cielo e di mare
raccolto nelle loro ali strette?

Camminavano come due monaci
in un chiostro sull’orlo del mondo;
volavamo invece noi due
guardandoli soltanto
come amore sa farsi bastare
appena pulsando
quel punto cieco di leva
su cui tutto il manifestarsi del mondo
in un attimo come il sipario pesante
delle cose affidate alla terra,
si solleva soltanto,
come un cessare improvviso del dolore
-ali di farfalla- e la luce nuova
che ne risulta come una sorpresa
bambina che scompiglia le cose
e la bellezza che lo sguardo raggiunge
nel regalo felice dei nomi creati
alla gioia urgente
di dire l’estasi indicibile
del nostro giorno insieme:
e il tuo nome accanto al mio.

*

E quindi la primavera
fatta di silenzio amico
che si muove adagio come
una luce sulle cose
come una bocca che si prepara
alla pronuncia dolce
del nome di un fiore

In una febbre di colombi
di piombo fuso e cobalto
che tubano torno torno
molliche di neve di pane,
camminiamo parlando
prima di sapere.

E generiamo i nomi
restituiti di una memoria
che si rivela a noi travestita
di fantasia giocosa
di immagini appena nate.

Basta un gesto, soltanto
una vita bellissima
davanti al pudore
di ciascuna parola.

 

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